Lake Mungo (2008)

Mistica OZ (2): “Lake Mungo”, l’arcano e le nuove tecnologie

Lake Mungo review

Nell'esplorazione del panorama horror australiano è possibile rinvenire una perla, sottovalutata e misconosciuta, del cinema contemporaneo: “Lake Mungo” (2008), per la regia di Joel Anderson. Il film si colloca in quella coda tragica degli Anni Zero durante la quale la riflessione su realtà e finzione (economia reale e finanza, nel segno della nuova grande crisi) assume tutta una nuova urgenza.

Parallelo ad altri, ben più fortunati sforzi nel genere mockumentary, da “Paranormal Activity” (Oren Peli, 2007) a “Cloverfield” (Matt Reeves, 2008), “Lake Mungo” li trascende tanto sul piano tecnico, abbandonando l’espediente forse inflazionato del found footage, quanto su quelli narrativo e tematico, proponendo una storia di fantasmi che ragiona su se stessa, si decostruisce, si rimonta e si rivela capace di scandagliare gli anfratti più profondi di un’umanità inconoscibile quanto il continente australe che la ospita, senza i formalismi (stanchi, francamente) di altre opere del “nuovo horror postmoderno” degli ultimi anni (si pensi, fra tutte, a “Quella casa nel bosco”, del 2012, regia di Drew Goddard).

Alice/Laura: il dolore di chi resta

Lake Mungo film

La morte improvvisa, inspiegabile, della giovane Alice segna il momento di trapasso della sua famiglia in una condizione di extra-temporalità, come se il dolore assottigliasse la membrana che separa il nostro mondo da uno stadio di comprensione altro. L’elemento cruciale, però, è che questa comprensione non balugina mai in alcuna forma. Non è certamente un caso, in questo senso, che la ragazza condivida il cognome di colei che resta, ancora oggi, la più nota vittima del soprannaturale nella storia delle serie televisive: Laura Palmer, restituita anche lei dall’acqua, l’elemento primordiale nel quale, secondo Eliade, le forme si disciolgono, l’interstizio oltremondano dove tutto si sfascia e ricompone. E, come Laura, anche Alice è eletta araldo di quella sovrabbondanza di senso che pulsa dal sottosuolo magmatico di Lake Mungo – i suoi segreti assumono così una valenza arcana, quella dei misteri primordiali che la legano agli oggetti perduti della storia.

Ripercorrendo le vicende che hanno condotto alla sua morte, la famiglia della giovane si imbatte in una costellazione di immagini che assumono significati sempre mutevoli, e mai davvero confortanti. Alla disperata ricerca di una soluzione al loro dolore, come Donald Sutherland in “A Venezia… un dicembre rosso shocking” (1973) di Nicolas Roeg, i genitori e il fratello di Alice sono portati a mettere in crisi tutte le loro certezze, anche attraverso l’incontro con l’oscuro parapsicologo Ray Kemeny, interpretato limpidamente da Steve Jodrell (ma come non vederci, in controluce, il grande Russ Tamblyn in camicia hawaiiana?).

Un vuoto che emerge dalla terra

Lake Mungo interpreti

Se in “Picnic at Hanging Rock” (Peter Weir, 1975) è un getto concreto di lava a farsi centro simbolico dell’abbattimento delle nostre categorie interpretative della realtà, in “Lake Mungo” è il lago del titolo, un bacino ormai secco e desertico dal cui suolo affiorano degli artigli rocciosi dalla parvenza lunare, a marcare la soglia verso l’ignoto. Alice, in questo, è lo specchio della sua terra, carica di un passato imperscrutabile agli occhi di chi la osserva da nuovo venuto.

Dalle profondità del lago sgorga potente il contenuto della premonizione onirica della giovane (“Sento che qualcosa di terribile mi sta per succedere. Sento che qualcosa di terribile è già successo”), e con un colpo di spugna vanifica tutti gli sforzi di razionalizzazione avviati nell’intreccio. Da questo punto di vista, la pur lucida analisi del film offerta da Tyson Wils nel 2016 ci pare manchi il segno.

Le manipolazioni, nella fotografia, nel video, sono evidenti e costanti, e muovono in avanti la trama imponendo allo spettatore di azzerare a ogni passo tutte le certezze maturate sugli eventi della storia. La stessa sorte è imposta ai personaggi, la cui memoria si decompone e ricompone attorno allo spettro della figlia, che desiderano ardentemente ritrovare e che il giovane Mathew, inavvertitamente, “evoca” sulla sua pellicola.

Ma ridurre questa coraggiosa opera di costruzione e demolizione a una semplice riflessione sui “nuovi media” significherebbe svilirne la portata e negarne la straordinaria carica metafisica. La fotografia, il video sono falsificati fino al punto in cui è falsificata la realtà estesa, e al contempo celano uno spettro proprio come il mondo alberga un altro mondo. Se l’antichità misterica dell’Australia è inconoscibile, allora forse quella pulsione eccezionale di senso che percepiamo è destinata a restare senza un significato comprensibile.

Lake Mungo diventa, così, un buco nero sulla terra, e la risposta visibile a ciò che vi si cela all’interno non riesce, in fondo, a spiegare alcunché. Ecco, quindi, il valore profondo della riflessione a nostro avviso proposta dalla pellicola: la prova ultima, l’evidenza più incontrovertibile, l’immagine filmata, non offre alcun privilegio conoscitivo, non indica alcuna realtà “vera”; e questo per la sua stessa logica, senza bisogno che intervenga alcuna falsificazione. Fake e real, entrambi incapaci di spiegare il mondo, il sovrannaturale che Alice incontra al lago. Perché, infine, cosa c’è da spiegare?

Un ignoto capolavoro dell’ignoto

Come osservano i critici di Medium EDIM, la verosimiglianza non sta nella pedissequa ricerca della “verità cruda”, nella sovraesposizione a immagini presunte “ritrovate” senza alcun editing. D’altronde, anche l’anonimo manzoniano fu “dozzinale, sguaiato e scorretto”, e necessitò di revisioni. In questo, “Lake Mungo” opera brillantemente verso una ristrutturazione del materiale registrato, offrendoci un vero e proprio documentario come quelli, populari a OZ, di “Australian Story”: racconti e drammi della vita di tutti i giorni.

Se il fulcro del film, indefinibile, trascende con poesia l’idea di un “senso profondo” delle cose, le ripercussioni dei segreti di Alice sulla vita familiare sono tangibili e tragiche: il mistero insondato di chi abbiamo accanto rischia di trasformare anche un figlio in un fantasma in vita, inascoltato e incompreso dai genitori cui rivolge, dolente, un ultimo grido d’aiuto. Non saprei elogiare troppo questa perla dell’altro capo del mondo, capace di rivolgersi a tutti con una profondità morale e metaforica che da tempo mancava al grande cinema.

Lorenzo Maselli

  • Regia: Joel Anderson
  • Cast: Talia Zucker, Rosie Traynor, David Pledger, Martin Sharpe (II), Steve Jodrell, Tamara Donnellan, Scott Terrill, Chloe Armstrong, Charles Armytage, Claire Astbury, Jason Ball, Helen Bath, Dr. Phillip Boltin, Kimberley Bumpstead, Stephanie Capiron, Marcus Costello, Robin Cuming, Scott Dower
  • Genere: Horror, colore
  • Durata 89 minuti
  • Produzione: Australia, 2008

Lake Mungo poster"Lake Mungo" è un mockumentary horror scritto e diretto da Joel Anderson. Il regista utilizza gli attori al posto degli intervistati per raccontare la storia di una famiglia che cerca di elaborare il lutto per la morte della figlia sedicenne e i successivi eventi soprannaturali. Il film ha ricevuto il plauso della critica durante la sua uscita limitata.

Lake Mungo, la trama

Nel 2005, ad Ararat, poco lontano da Melbourne, la giovane Alice Palmer (Talia Zucker) muore giocando nei pressi di una diga. Afflitta dal dolore, la sua famiglia cerca di ricostruire le vicende che hanno condotto al tragico evento, ma nel frattempo alcune misteriose apparizioni sembrano confermare il perdurare della figlia sotto forma di fantasma nella loro casa.

Tra svelamenti parziali, smentite e inattese riconferme, l’inchiesta conduce i parenti fino al Lake Mungo, un bacino ormai desertico sede di antichissime sepolture. Qui, nel cuore incognito dell’Australia, ogni possibilità di dirimere la realtà dal sogno finirà per naufragare.

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