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Shiva Baby (2021)

Shiva Baby – Recensione: una commedia brillante che segna l’esordio di una giovane regista

film Shiva Baby

Danielle è una studentessa universitaria che, come molte ventenni, si trova in quel periodo della vita in cui non si sa bene quale strada percorrere e cosa fare del proprio futuro. Ed è in momenti come questi che la cosa peggiore che possa capitare è ritrovarsi a una riunione di famiglia. In questo caso in realtà si tratta di una shiva, cerimonia funebre ebraica, ma poco cambia perché l’imbarazzo e le domande che i partenti rivolgono sono sempre le stesse: “Ce l’hai il ragazzo?” “Cosa vuoi fare dopo la laurea?” “Ma mangi?”.

Shiva Baby (2021)

Tra richieste insistenti, speculazioni inopportune su presunti disturbi alimentari, presentazioni fatte controvoglia, difficoltà a spiegare il proprio percorso accademico, accondiscendenza alternata a critiche più o meno velate, Danielle si ritrova a dover fare i conti anche con la presenza del suo sugar daddy, accompagnato da moglie e figlia, e quella della sua ex fidanzata (interpretata da Molly Gordon, già vista in “La rivincita delle sfigate“).

La giovane regista Emma Seligman cattura pienamente l’insofferenza e la claustrofobia che soffocano la protagonista attraverso un film ambientato quasi interamente all’interno della casa in cui avviene la funzione. I primi piani della gente attorno a lei, che mettono in risalto le loro espressioni facciali esasperate, e i discorsi imbarazzanti, uniti al pianto di una bambina e al fastidioso stridio di un violino in sottofondo, fanno somigliare il tutto a un horror.

Una tensione continua accompagna i momenti tragicomici, come se un disastro stesse per accadere da un momento all’altro. In realtà è già successo, o forse si tratta soltanto di una sensazione di malessere, una sorta di nausea e giramento di testa che la protagonista si porta addosso per tutto il giorno e che sembra possa sfociare in un attacco di panico.

Un film che racconta il caos e le incertezze dei giovani adulti

Shiva Baby Molly Gordon

Danielle sembra non avere scampo, come un animale braccato si imbatte continuamente in qualche parente pronto a tormentarla e a giudicare ogni suo gesto, come mangia o cosa non mangia, come si comporta, trattandola come una bambina ma pretendendo che si atteggi da adulta. A questo la giovane risponde con sorrisi forzati e frasi di circostanza, cercando di mantenere un’apparenza di “normalità” in un contesto in cui nulla sembra normale, anzi risulta profondamente grottesco.

“Shiva Baby” è un film che rappresenta bene cosa significa dover costantemente spiegare, e giustificare, le proprie scelte e chi si è in un periodo della propria vita in cui i ragazzi non sanno nemmeno loro chi siano.

E infine, quando tutto sembra concluso e la protagonista può finalmente uscire da quella casa, tornando a respirare un po’, il padre decide di offrire un passaggio ad altri invitati, e si ritrova così di nuovo costretta a condividere uno spazio angusto con una mezza dozzina di persone. Ma questa volta a darle supporto c’è una mano che stringe la sua, rassicurandola che nonostante il caos, le aspettative che forse verranno disilluse, i commenti e i consigli non richiesti, le cose prima o poi andranno meglio.

Sugar Baby che restano con l’amaro in bocca

Emma Seligman

Disponibile su MUBI, ”Shiva Baby” nasce come cortometraggio per un progetto universitario. Durante un’intervista, la regista afferma che proprio il contrasto intrinseco in cerimonie come la shiva (in teoria situazione di lutto, che però tra cibo, chiacchiere e pettegolezzi sembra una riunione di famiglia come le altre) fosse l’ambientazione perfetta per quella che ha definito appunto una “commedia di contrasti”, in cui la vita sessuale e quella familiare della protagonista si incontrano causando disagio e situazioni imbarazzanti.

Ed è proprio quest’ultimo uno degli aspetti che Seligman ha trovato più interessante da indagare, il modo in cui alcune giovani ragazze trovino nelle relazioni con un sugar daddy un’indipendenza non soltanto economica, ma anche una validazione, una forma di potere e controllo che invece sembra mancare nel resto della propria vita. Per poi scoprire che in realtà si tratta di qualcosa di molto fragile, che si rischia di perdere da un momento all’altro.

“Shiva Baby”, titolo che gioca appunto con il nome della cerimonia religiosa e sugar baby, è un racconto di formazione che nella sua caoticità e nei suoi dialoghi martellanti cattura l’essenza di quel limbo che caratterizza la vita dei giovani adulti. Alla disperata ricerca del proprio posto nel mondo e dei propri obiettivi, che però una volta conquistati lasciano il posto all’incertezza su come andare avanti. Mentre gli altri in sottofondo continuano insistentemente a chiederti chi sei.

Maria Concetta Fontana

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