L’esorcista (1973)

L’esorcista: arte e artigianato nel Nuovo Horror

L'esorcista review

Primo horror a essere candidato all’Oscar come Miglior Film, campione d'incassi per moltissimi anni tra i film vietati ai minori non accompagnati (fino al 1991, anno di “Terminator 2” di James Cameron) e tra gli horror soprannaturali (superato nel 1999 da “The Sixth Sense - Il sesto senso” di M. Night Shyamalan e poi nel 2017 da “It” di Andy Muschietti), lodato e deprecato dalla critica, “L’esorcista” di William Friedkin deflagra come una bomba nel tessuto della storia del cinema. È impossibile sovrastimarne l’importanza per l’evoluzione di quel genere che, con così tanta foga, ha sovvertito, innovato e trasceso.

Anni violenti

Ne abbiamo parlato in merito al tristemente ignorato “Chi sei?” (1974) di Ovidio G. Assonitis, e lo ribadiamo adesso: gli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta sono anni violenti, gli “anni di Satana”. Sono gli anni del tramonto della fede nella nuova America di Kennedy. Già nel 1966 la rivista Time titolava il suo numero dell’8 Aprile con le parole: “Dio è morto?”, in caratteri rossi come il sangue su un campo nero come la morte, apparentemente in contrasto col pallore quasi demoniaco di Mia Farrow che le legge nel film di Polanski del 1968 (“Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York”).

Il male è un’evidenza, tragica, e si insinua nelle nostre città, nelle nostre case. Negli horror di quel periodo la scenografia smette di essere un fattore di decoro, l’evocativa cornice gotica dei classici Universal, e diventa fibra viva, animata… e posseduta, come chi la abita. Satana vede tutto quello che facciamo, ci ascolta, forse più e meglio di Dio, e ci restituisce la nostra miseria.

Aiuta uno che serviva a messa, Padre!”, dice la voce occulta del diavolo (Mercedes McCambridge) a uno sgomento Karras, rievocando una sua dimenticata conversazione con un mendicante cui il prete aveva mancato di concedere un’elemosina.

Il monolite e l’amuleto

L'esorcista scena

Una malvagità arcana e misteriosa assale Padre Merrin in Iraq, sulle rovine dell’antica Hatra, sotto forma di un medaglione che ricorda il monolite nero di “2001: Odissea nello spazio” (S. Kubrick, 1968). Pazuzu, l’idolo mesopotamico mai nominato che agisce all’interno del simbolo, è impresso nella trama della Storia come la morte sarà impressa sulla pellicola di Jennings ne “Il presagio” (R. Donner, 1976): annunciatore e premonitore, è lì da sempre, e resterà. Le stanze buie dei Woodhouse e dei Castevet palpitano con il corpo profanato di Rosemary, ma proprio qui corre la differenza con “L’esorcista”, una differenza che ne farà il parametro di una nuova sensibilità.

Lo spettatore non ha più bisogno di provare empatia per i personaggi che guarda, quando è, semplicemente, messo di fronte alle orrende ramificazioni del male senza il filtro dell’immaginazione. “L’esorcista” non ci lascia dubitare: il male c’è, torce il collo a una ragazzina, le fa vomitare bile, la fa volare, la costringe a masturbarsi con un crocifisso e a ridere in faccia a tutti noi, e obbliga una madre a osservare impotente la rovina di sua figlia.

Chi guarda resta, semplicemente, schiacciato dall’incubo che Pazuzu possa prendere anche lui, che la nostra stessa esistenza ci renda repellenti, e non ha neppure lo spazio per immaginare e consolarsi: tutto è iscritto nella scena, complici anche gli straordinari trucchi di Dick Smith. Precursore, in questo, del “Nuovo Horror” degli anni Ottanta, “L’esorcista” differisce anche da “Non aprite quella porta” (1974) di Tobe Hooper, altro capolavoro di questa nuova icasticità corporale: il mostro è qui, dentro, nel mezzo della nostra civiltà, a Georgetown e a Manhattan come là dove è nata la Storia.

Dio è morto?

L'esorcista possesion

C’è una domanda molto radicale al centro della vicenda de “L’esorcista” (oltre che al centro della teologia cristiana): come può Dio esistere e tollerare le sofferenze della piccola Regan (o l’omicidio di Kennedy)? Non è un caso che la figura dell’agnello sacrificale sia stata affidata al grandissimo Max von Sydow, che aveva già combattuto la morte ne “Il Settimo Sigillo” (1957) di Ingmar Bergman. E il destino di Merrin è segnato dalla sua discesa nello scavo di Hatra, proprio come quello di David Bowman, sfregiato a colpi di ossa all’Alba dell’Umanità, è destinato da sempre a ripetersi. E così, la figura dell’esorcista, avvolta alla maniera di Magritte in una luce vaporosa nella locandina, rimane erta di fronte al male, per sempre, sola. E cosa osserva? Quel bagliore che la rischiara è stato spesso letto come l’emanazione di Pazuzu dalla casa di Regan, ma è ben più probabilmente il segno tangibile della presenza di un Dio a cui piace molto nascondersi. La domanda resta senza una risposta soddisfacente, ma, testardi, i nostri angeli continuano a lottare.

"L'esorcista" e i capolavori ai tempi dell’horror

L'esorcista film

In una fondamentale recensione “a caldo” del 1973, Roger Ebert parlava de “L’esorcista” come di un capolavoro di artigianato, contrapposto ai supposti capolavori dell’arte come “Sussurri e grida” (I. Bergman, 1972). A distanza di quasi cinquant’anni dall’uscita, in quel gelido dicembre del ’73, del film di Friedkin, quest’affermazione suona ancora con tutto il peso della condanna del genere.

“Capolavoro dell’horror”, “horror di serie B”: i film di paura hanno sempre quell’inevitabile etichetta, e il povero Lugosi viene sepolto col suo mantello di vampiro. Eppure, la premessa del genere è una delle primigenie istanze del cinema: la meraviglia, lo stupore, e la capacità di impressionare lo spettatore mettendolo faccia a faccia con la nudità delle sue paure. “L’esorcista”, ancora oggi, fa questo e molto altro, contribuendo ad abbattere la deleteria separazione (e soprelevazione) dell’arte dall’artigianato. E cos’è questo, se non un capolavoro?

Lorenzo Maselli

  • Titolo originale: The Exorcist
  • Regia: William Friedkin
  • Cast: Ellen Burstyn, Max von Sydow, Linda Blair, Jason Miller, Lee J. Cobb, Kitty Winn, Titos Vandis, Peter Masterson, Jack MacGowran, Rudolf Schundler, Barton Heyman, Robert Symonds, William O'Malley, Gina Petrushka, Arthur Storch, Thomas Bermingham, Vasiliki Maliaros, Wallace Rooney
  • Genere: Horror, colore
  • Durata: 121 minuti
  • Produzione: USA, 1973

    L'esorcista poster"L'esorcista" è un film del 1973 diretto da William Friedkin con Ellen Burstyn, Linda Blair e Max Von Sidow, tratto dall'omonimo romanzo di William Peter Blatty, autore anche la sceneggiatura.

Una possessione che ha scioccato il mondo

La giovanissima Regan (Linda Blair) comincia a esibire un comportamento sempre meno rispettoso della morale e della pubblica decenza, fino a compiere atti al confine del soprannaturale che culminano con l’inspiegabile morte di un amico di famiglia, sulla quale indaga il luogotenente Kinderman (Lee J. Cobb).

La madre di Regan, l’attrice Chris McNeil (Ellen Burstyn), ricorre senza successo all’aiuto di numerosi medici, che finiscono per consigliarle di tentare la stimolazione di un effetto placebo con un esorcismo. Così, le vicende della donna e quelle dell’investigatore si intrecciano a quelle di Padre Damien Karras (Jason Miller), che dovrà sondare gli abissi della propria fede e della propria incredulità prima di poter salvare la giovane, con l’aiuto imprescindibile dell’esorcista Padre Merrin (Max von Sydow).



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