Possession (1981)

Possession: l'orrore e il corpo

L’imbarazzo della critica di fronte ai film che non riesce a incasellare rivela spesso la mancante volontà di decostruire, smembrare e tritare le nozioni di genere, vissute come umiliazioni per le opere che ne vengono percepite schiave. Il caso dell’imprescindibile “Possession” (1981) del polacco Andrzej Zulawski (Żuławski, per esattezza ortografica) è esemplare in questo senso: un’opera talmente estrema da non voler mai essere posta tra gli “horror”, che pure vi si colloca, e, come un fiume in piena, ne tracima gli (spesso solo supposti) argini.

Un capolavoro di recitazione

Isabelle Adjani è l’immagine impeccabile, e rivisitata, dell’attore di horror incatenato dal suo stesso ruolo. Tormentata da Truffaut sul set di “Adele H. – Una storia d’amore” (1975), film che peraltro le valse un nostrano David di Donatello come Migliore Attrice Straniera, Adjani resterà sempre costretta in parti contemporaneamente troppo piccole e troppo grandi, quelle (stereotipate) della donna travolta dalla follia. Con “Possession” questa tendenza si consolida, in quella che è rimasta nella memoria di molti come la sua più potente e smodata interpretazione, celebrata a Cannes col Premio per la Migliore Interpretazione Femminile. La sua opera fu quella di una persona braccata dalle attenzioni maniacali e poco professionali dei registi che la diressero, e che, quasi per vendicarsi dei suoi rifiuti, la resero glacialmente inattingibile allo spettatore. La scena della metropolitana, quando Anna/Adjani abortisce in preda alle più oscene convulsioni nel ventre lacerato di Berlino, è in questo senso l’atto meta-cinematografico di una donna in rivolta che indossa finalmente il corpo di cui è stata defraudata. Ma è anche, ovviamente, il punto focale del film, il momento in cui il mondo abdica al presunto “Bene” – l’ordine, il “piano mostruoso” di cui parlava il grande Heath Ledger in un’altra, radicale e stupenda, interpretazione (troppo disinvoltamente eclissata da altre più recenti).

Lo smembramento di una città

“Possession” è un film che non accetta compromessi. Ossessionato dall’idea dello smembramento corporeo, dalla linea frankensteiniana del cinema dell’orrore che ha in sé lo spunto della germinazione, Zulawski mette in scena l’omicidio, la scomposizione, la rinascita e gli amplessi di un mostro orrendo (cortesia del grande Carlo Rambaldi, qui ben lontano dal suo futuro successo come padre dell’extraterrestre E.T.). Ma le prime vittime del tritacarne nel quale la vicenda scaglia i personaggi sono il matrimonio di Anna e Mark e la stessa città di Berlino, immagini entrambi della Polonia da dove il regista è stato costretto a fuggire. La città, trapanata e lesa dall’erezione del muro, implora con i suoi graffiti di essere ricomposta (“Il muro deve cadere”, si legge in una delle prime scene). Il sangue che sgorga dalla sua ferita aperta, in parte, è lo stesso che anima i personaggi del film: privati di tutto, Anna e Mark vagabondano alla ricerca di pezzi mancanti del loro corpo, e infine incappano nei loro sosia dagli occhi verdi, destinati all’eternità nell’imperversare della bufera nucleare. Riprendono e perdono i loro corpi, li spaccano, li rimontano, e finiscono per non possederli neppure: così Mark, che vorrebbe avere Anna per sé e la vede invece offrirsi all’amante umano Heinrich e alla bestia tentacolare che ha creato, e così Anna stessa, che rivendica la propria fisicità giusto in tempo per vederla bruciare. Le linee non convergono mai, da quando i due coniugi si siedono ad angoli opposti al Caffè Einstein a quando le plongées e contre-plongées insistite della macchina da presa ce li fanno vedere da piani sbilenchi, inclinati, sempre eccedenti le loro inquadrature (e Bruno Nuytten dà qui una straordinaria prova di fotografia).

Un figlio annegato

“Vieni ad ammirarlo”, dice Mark a sua moglie del figlioletto Bob a inizio del film. Come fosse una creatura di laboratorio, un miraggio, anziché un essere umano appena entrato in questo mondo e presto preda dell’apocalisse atomica. I drammi familiari di Bergman sono probabilmente l’immagine più prossima a questa coincidenza tra destini domestici e catastrofe generale. La figura stranamente profetica del figlio trascurato è il terzo polo dell’umanità che popola “Possession”: oltre alla lacerazione urbana e all’esercizio disperato della propria libertà di fronte al massacro, rimane anche il corpo di chi guarda impotente, proprio come lo spettatore.

Un catalizzatore di “puro cinema”

Nel 2006, a Venezia, David Lynch parlò di questa pellicola come di quella “più completa degli ultimi 30 anni”. Ed è facile rendersi conto che le soggettive stralunate di “Mulholland Drive” (2001) hanno un forte debito nei confronti di quelle di Zulawski con primo piano sugli occhi blu (o verdi) di Isabelle Adjani. Ma moltissimi altri registi hanno raccolto, negli anni recenti, la sfida di “Possession”, a sua volta amplificatore delle intuizioni brutali di “Repulsione” (R. Polanksi, 1965).

In una rassegna che non ha nessuna ambizione di completezza, basti pensare agli occhi dei doppelgänger di “Annientamento” (A. Garland, 2018), alla violenza di “Antichrist” (L. Von Trier, 2009), o alla stessa decostruzione delle dinamiche di appropriamento di sé in “Raw – Una cruda verità” (J. Ducournau, 2016). La domanda resta la stessa: si può parlare di horror? Queste opere sono davvero inquadrabili in un genere? L’idea sottesa è che, ovviamente, questo sia una norma estrinseca, e non un grande campo, sempre più aperto dai film che vi rientrano per scelta e vocazione. Lasciamo quindi solo un invito a questa enigmatica visione, nella speranza che possa, qualora ancora ce ne sia bisogno, offrire nuovi spunti per una rivalutazione dell’horror, cui (crediamo) saldamente appartiene.

Lorenzo Maselli

  • Regia: Andrzej Zulawski
  • Cast: Isabelle Adjani, Sam Neill, Heinz Bennent, Margit Carstensen, Carl Duering, Johanna Hofer, Michael Hogben, Shaun Lawton, Leslie Matron, Maximilian Ruethlein, Thomas Frey, Gerd Neubert
  • Genere: Horror, colore
  • Durata: 127 minuti
  • Produzione: Francia, 1981

Possesion Poster

"Possession" è un horror francese diretto da Andrzej Zulawski e interpretato da Isabelle Adjani e Sam Neill. Il film è stato presentato in concorso al 34º Festival di Cannes, dove Isabelle Adjani ha vinto il premio per la Migliore Attrice.

Un horror anomalo

Mark (Sam Neill), spia al servizio di una non specificata entità nella Berlino Ovest dei primi anni Ottanta, sceglie di abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi a sua moglie Anna (Isabelle Adjani). All’indomani di questa sua iniziativa, Mark scopre che Anna ha deciso, senza sapere ella stessa perché, di lasciarlo.

In breve tempo, la donna scompare. Mark, rimasto con il figlioletto Bob, viene contattato dall’amante di sua moglie, Heinrich (Heinz Bennent). Tra i due si sviluppa un rapporto di affetto e odio, cementato dalla scoperta di un ulteriore, misterioso amante di Anna. Da questo momento, la trama si scardina e libera dalle normali convenzioni narrative, procedendo per alcuni grandi nuclei tematici: il mostruoso aborto spontaneo di Anna e le indagini di Mark, scoordinate e disperate, per scoprire la verità.

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