Eco Del Cinema

My America (2020)

My America: uno sguardo sentito sulle contraddizioni della società americana

My America doc

Barbara Cupisti racconta, con un’intensità emotiva che coinvolge e commuove, l’America che non vorresti esistesse, quella che giustifica la vendita tout court delle armi da fuoco in nome di un diritto alla difesa che si traduce in libertà di uccidere, quella che fa finta non esista quel mezzo milione di senzatetto che annaspa per sopravvivere, quella che alla frontiera col Messico respinge i richiedenti asilo e separa i bambini dalla proprie famiglie. Che fine ha fatto l’American Dream?

My America (2020)

“My America” è una perla preziosa che, in un panorama documentaristico che spesso confonde la denuncia sociale con l’attacco politico, riesce a tenere costantemente quella purezza narrativa che permette alla regista di costruire un racconto ‘di persone’ e non di soli fatti, in cui i numeri e le statistiche servono a dare la dimensione reale delle vicende trattate, senza diventarne il fulcro. La Cupisti muove la macchina con dolcezza, portando sullo schermo volti che, anche senza parole, basterebbero a raccontare i dolori di una vita o la sofferenza data dal non poter fare di più per aiutare gli altri.

Un racconto lucido e schietto di una società che non riesce a volgere lo sguardo verso chi soffre

“My America” si sviluppa proponendo in sequenza tre tematiche fondamentali: armi, senzatetto, richiedenti asilo, partendo da una riflessione sui fondamenti della costituzione americana, troppo spesso asserviti alle peculiarità politiche del momento.

Lascia sconcertati il numero di vittime da arma da fuoco (40.000 uccisioni all’anno) in quella che è considerata la più grande democrazia del mondo, la facilità con cui un ragazzo possa armarsi e fare strage dei suoi coetanei in una scuola. Non si può che rimanere altrettanto sgomenti per la facilità con cui si possa passare da una normale vita di quartiere a divenire un senzatetto: la perdita del lavoro, la fuga da un marito violento, un’improvvisa malattia che porta ad un lento e inesorabile impoverimento, e in poche settimane la propria vita viene stravolta.

“My America” racconta il dolore ma non si ripiega su di esso, dà voce alla speranza, a tutte quelle persone ‘qualunque’ che col loro operato sanno fare la differenza, lavorando per cambiare lo stato delle cose, un passo dietro l’altro, dando conforto una persona alla volta. Così la Cupisti mostra come, dopo il massacro in una scuola di Parkland in Florida del 2018, grazie alla determinazione di alcuni giovani, si è dato vita a movimenti che si battono per una modifica delle leggi sulle armi, che ne riducano drasticamente la vendita (negli Stati Uniti il numero delle armi supera quello degli abitanti), e per fare ciò non mancano di marcare stretto il Parlamento. Toccante come a Chicago alcuni giovani volontari insegnino ai giovani come comportarsi per aiutare un ferito d’arma da fuoco.

“My America” e la potenza della verità

My America scena

Visivamente “My America” è un’immersione nell’altro, le inquadrature strette sui protagonisti lasciano poco spazio ad un contorno visivo, accentrando l’interesse su occhi, mani, sguardi, quasi a voler carpire l’anima di chi sta di fronte alla telecamera. Il racconto è per questo vibrante, in un incessante susseguirsi di vicende che colpiscono nel profondo. Come dimenticare l’amarezza di chi costruisce croci per segnalare ogni resto umano trovato nel deserto che separa il Messico dagli States, la determinazione di uomini e donne di buona volontà che portano un pasto caldo ai senza tetto, preoccupandosi di non lederne in alcun modo la dignità, o insegnano i primi rudimenti di inglese ai bambini che aspettano di entrare negli stati Uniti?

Quello della Cupisti è il racconto autentico di un’altra America, molto lontana da ipotetici sogni da realizzare, dove a poche centinaia di metri dal cuore vitale di Los Angeles si sprofonda nella miseria estrema, vivendo in tende, col solo conforto del buon cuore dei volontari. Il girato è montato sapientemente da Francesca Mor, ed è arricchito dalla bellissima fotografia curata da Antonello Sarno e da una colonna sonora struggente, opera di Tommaso Gimigliani.

L’opera della Cupisti andrebbe proiettata nelle scuole, nella speranza che il ‘conoscere’ formi nuove generazioni che non abbiano paura di sperimentare “l’esperienza della compassione”, perché anche il nostro paese ha i suoi demoni coi quali fare i conti, ma questo è un altro film!

Maria Grazia Bosu

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