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GriGris – Recensione

Direttamente dal Ciad, “Grisgris” di Mahamat-Saleh Haroun, una favola sensuale sull’amore disperato

Regia: Mahamat Saleh Haroun – Regia: Soulémane Démé, Mariam Monory, Cyril Guei, Marius Yelolo – Produzione: Francia, 2013.

grisgrisHa come protagonista un giovane portatore di handicap “Grisgris” del regista ciadiano Mahamat-Saleh Haroun. Presentato al 66° festival di Cannes era dato tra i papabili vincitori.

Il film è un ritratto vivido di un paese poco conosciuto in Europa e il suo regista ha già ricevuto numerosi riconoscimenti, primo tra tutti il premio speciale della Giuria a Venezia nel lontano 2006 per “Daratt”. La pellicola è totalmente intrisa della cultura africana: anche il significato del nome del protagonista GrisGris, cioè amuleto portafortuna, riporta alla cultura vudù.

La sua vita relativamente tranquilla a N.Djamena, capitale del Ciad, è sconvolta dalla grave malattia del patrigno e dalla passione per una giovane prostituta. Per trovare i 700.000 franchi per l’ospedale, il nostro eroe dovrà lavorare per un trafficante di benzina. Al centro di “Grisgris” solo apparentemente c’è l’handicap. In realtà, il film è una favola a  lieto fine di due solitudini che s’incontrano, con un sottofondo di calda sensualità. Le coreografie di GrisGris, amante della danza, vestito con una brillante camicia rossa,  bucano lo schermo e conquistano il cuore della bella Mimi.

Il film è diviso in due parti, la prima girata tra le strade notturne e polverose della città e, la seconda, nella pace e nella luce calda di un villaggio dell’entroterra del Ciad. Il risultato, anche grazie all’ottima fotografia di Antoine Hèberlè è cromaticamente fantastico, anche se a tratti un po’ lento. Il finale si tinge di noir ed è un inno al matriarcato africano.

Ottima la musica firmata del musicista del Burkina Faso Wasis Diop.

Ivana Faranda

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