Flee (2021)

Flee: il fardello di un passato storico e personale doloroso

Flee documentario

Amin è un quarantenne che da ragazzino ha lasciato da solo l’Afghanistan ai tempi dei Mujahedeen. Vive a Copenaghen, è uno stimato ricercatore universitario a livello internazionale e ha un compagno con cui vorrebbe sposarsi. Eppure, il passato continua a tormentarlo e non gli permette di vivere la sua nuova esistenza. Lo intervista in prima persona il suo amico documentarista Poher Rasmussen, che usa l’animazione per raccontare una straordinaria vicenda umana di resistenza e integrazione.

Il titolo "Flee" vuol dire “fuggi” e il protagonista vero, che ha un altro nome, lo fa da sempre. Lo vediamo steso su un tappeto che rievoca, ripreso dal regista, la sua infanzia felice a Kabul con la sua famiglia numerosa. Ha due sorelle e due fratelli, che vivono ora sparsi per il mondo insieme alla madre, dopo la scomparsa del padre. Sin da bambino, lui è diverso dagli altri, gli piace indossare abiti femminili.

In questo film d’animazione il dramma dei profughi afgani degli anni ’90 si mischia con le tematiche lgbd. La prima parte del lavoro è tutta sulla fuga della famiglia in Russia, raccontata dalla voce narrante del protagonista e del regista. Amin rivive anni terribili della sua adolescenza da clandestino in un tristissimo appartamento di Mosca. L’unico passatempo per tutta la famiglia è guardare le telenovelas brasiliane. Lui e quelli come lui sono dei fantasmi, come coloro che appaiono a tratti sullo schermo. A queste immagini si alternano quelle della fuga tentata senza successo in mano ai trafficanti di uomini. Si parla di rotta balcanica, quella tristemente nota anche adesso, aperta solo a chi proviene dall’Ucraina. Ma ci sono anche le traversate in mare, che ricordano quelle del Mediterraneo diventato un cimitero sottomarino. A tutto questo si alterna il presente di Amin con Casper suo compagno che ignora tutto il passato che lo tormenta.

Un film coraggioso da premio Oscar

Flee review

Durante la narrazione filmati di repertorio si alternano all’animazione, integrandosi perfettamente. La regia è asciutta ma non fredda. Il lavoro di Rasmussen mischia realtà e finzione, poiché il protagonista ha rischiato anche solo apparendo non dal vivo. La seconda traccia, che si ricollega con il tema dell’identità, è quella legata all’omosessualità di Amin, che da bambino credeva fosse una malattia. Nel finale, il quadro si ricompone in un processo catartico che porta l’uomo ad accettare se stesso. “Flee” meriterebbe un premio agli Oscar per il rigore della regia e per il coraggio di un essere umano, raccontato dal suo regista con empatia.

Ivana Faranda

  • Regia: Jonas Poher Rasmussen
  • Cast: Daniel Karimyar, Fardin Mijdzadeh, Milad Eskandari, Belal Faiz, Elaha Faiz, Zahra Mehrwarz, Sadia Faiz, Georg Jagunov, Rashid Aitouganov
  • Genere: Documentario, animazione, colore
  • Durata: 89 minuti
  • Produzione: Danimarca, Francia, Svezia, Norvegia, 2021
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Data di uscita 10 marzo 2022

Flee poster"Flee” è il primo lungometraggio a essere stato candidato all'Oscar come Miglior Film Internazionale e al contempo come Miglior Documentario e Miglior Lungometraggio d'animazione.

Flee: la trama

Amin Nawabi (uno pseudonimo), è un ex rifugiato afgano ora trentaseienne che vive in Danimarca. É un alto accademico e si sta sposando con Casper il suo compagno. Prima del matrimonio deve però affrontare il suo passato doloroso e si fa aiutare dall’amico, Jonas, regista di documentari, che sceglie il linguaggio d’animazione per raccontare una storia universale di resistenza.

Note di regia

"Avendo già realizzato documentari radiofonici, ho usato la tecnica d’intervista che ho impiegato per anni, in cui i soggetti si sdraiano e chiudono gli occhi, ricordando come le cose sembravano, odoravano e che sensazioni evocavano, così i loro ricordi diventano forti e immediati, come se si stessero dispiegando nel presente."
"Quanto più si addentrò in situazioni traumatiche, tanto più si ricordò di dettagli concisi del suo passato", dice Jonas. "Nel corso di tre o quattro anni, abbiamo fatto più di una dozzina d’interviste insieme, ognuna derivante da una sessione iniziale di tre giorni in cui Amin ha riversato la sua storia di vita in dettagli spesso grafici e strazianti."

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