Beautiful Boy (2018)

Beautiful Boy - Recensione: la stanza del figlio

beautiful boy scenaNanni Moretti ne “La stanza del figlio” si bloccava in limine, sulla porta di una camera da riordinare e rassettare con cura, ormai spogliata di ogni senso possibile. Al lutto della perdita di un figlio sopraggiungeva un tornante ripido, l’attorcigliarsi del raziocinio, incapace di poter scomporre e metabolizzare un evento tanto distruttivo. La stanza rimaneva vuota, senza corpi ad abitarla; neanche si mostrava, come fosse reliquia, resti museali di una vita passata oltre. La morte traghettava poi con sé un rincorrersi di significati diversi, declinati a potenza: era furto, privazione, una teiera crepata da rinsaldare. Eppure, nel delirio del dolore rimaneva lì a baluginare una certezza, quanto più fattuale e spietata: la morte era vera, effettiva, si era cessati di esistere - il cuore fermo.

Van Groeningen scoperchia proprio in questo momento le carte e le scompiglia sghignazzando sul tavolo, dirigendo sottilmente “Beautiful Boy”, opera solida ma quanto più conscia di essere accattivante e appetibile. Sostenuta da un duo Carell-Chalamet in stato di grazia, la pellicola non registra particolari scossoni: attenzione vertiginosa a ogni corda umana, allo sguardo-vettore; algidità e statuarietà del dolore, reso unico fuoco del discorso cinematografico.

A un’opera che si incastra perfettamente in territori in cui il regista aveva già frugato a lungo e per bene – a sei anni da “Alabama Monroe”, la cifra stilistica di Van Groeningen appare ancora più evidente e definita -, con uno scheletro narrativo ridotto all’osso, il film si propone di ribattere con una consapevolezza disarmante e disorientante: la stanza può essere sgomberata anche se quel figlio è ancora in vita. Poca importa della fattualità, del clinico: alcune morti è necessarie procurarsele, cancellare gli spasimi e le violenze, costruirsi alternative.

Lo sa bene David Sheff (Steve Carell) in quanto padre di Nic (Timothée Chalamet), ragazzo tossicodipendente. In un circolo vizioso di promesse tradite e dolori lancinanti, siringhe e maschere, l'uomo deciderà di tagliare fuori dalla propria vita il ragazzo. È un gioco di rincorse affannose e autoscontri, quello di “Beautiful Boy”, settima prova del regista belga: sotto una luce spietata e impietosa, dietro una narrazione denudata – purtroppo non del tutto – di una stucchevolezza su cui si poteva facilmente far perno, Van Groeningen costruisce uno congegno grezzo e perfettibile, da livellare, ma pur sempre onesto e aderente. La struttura tirata su traballa sotto il peso di una trattazione del tempo spesso non calibratissima, è vero, ma sicura di essere invitante per più palati. Il limite più evidente è proprio questo: si trascurano aperture tra le maglie, sbavature, accecati dalla consapevolezza di poter facilmente coprire – eclissare – criticità con un gioco attoriale vivido e sostenuto.

Beautiful Boy: il buio nella mente

La spirale autodistruttiva del tossicodipendente, il tracollo progressivo di una mente accartocciata, è da tempo feticcio cinematografico, carne da macello per quei titoli che negli anni si son affermati con virulenza e aggressività, creando una vera propria estetica heroin-chic. Il mito dei ragazzi da rave degli anni '90 e primi 2000, del dionisiaco da cogliere in scenari urbani postcontemporanei e fatiscenti, si è accumulato poi nella memoria filmica collettiva - bacino da cui attingere con parsimonia -, generando filoni che presto hanno dismesso un approccio critico alla questione, fornendo risposte poco credibili al problema in sé.

Van Groeningen convince con riserva, giocando di sottrazione e dissezione violenta, omertà e sincerità. L'approccio è rispettoso, privo di ogni orpello o retorica pietistica che avrebbero azzoppato definitivamente la pellicola: la ricaduta del tossicodipendente è parte del processo, non esistono eroi o anime belle, si muore. La mente ridotta e assimilata a un labirinto immerso nella semioscurità - quello in cui sembra vagare da sempre Nic -, la camera da presa del regista belga brilla per la problematicità insita alla vicenda, nega lo scivolare prevedibile verso i noti approdi del lieto fine a tutto tondo.

Il padre, dilaniato dai sensi di colpa, crede di essere inadeguato e manchevole, pur avendo tessuto ogni giorno della propria della vita quel filo di affetto che lo lega al figlio. I contorni si sfumano, per poi tornare aguzzi e scheggiati, archetipici e orripilanti, come i disegni di Nic, abbozzati quando sotto droghe - velocissima la corrispondenza con Andrea Pazienza, fumettista italiano vicino e contiguo per trascorsi, morto di overdose.

"Beautiful Boy" è pur sempre soda caustica in atto - ma non del tutto in potenza -, opera a cui si ritorna e si ritornerà necessariamente. L'ago della bussola è impazzito; rimangono solo domande, campi di tensione completamenti aperti.

Simone Stirpe

  • Regia: Felix Van Groeningen
  • Cast: Steve Carell, Maura Tierney, Jack Dylan Grazer, Oakley Bull, Timothée Chalamet, Amy Aquino, Carlton Wilborn, Stefanie Scott, Marypat Farrell, Timothy Hutton, Christian Convery, Kaitlyn Dever, Amy Ryan, Julian Works, Kue Lawrence
  • Genere: drammatico, colore
  • Durata: 112 minuti
  • Produzione: USA, 2018
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Data di uscita: 13 Giugno 2019

Beautiful Boy poster definitivoSteve Carell e Timothée Chalamet sono gli eccezionali protagonisti di un dramma struggente e commovente, che segue le vicende di una famiglia alle prese con la dipendenza di metanfetamina del figlio.

Beautiful Boy: l’amore infinito di un padre e un figlio

Gli Amazon prime’s studios presentano alla Festa del Cinema di Roma  2018 un sofisticato dramma, tratto dalla storia vera di David e Nic Sheff, un padre e un figlio che si ritrovano a combattere contro la tossicodipendenza di quest'ultimo. L’omonima canzone di John Lennon, dedicata a suo figlio Sean, dà il titolo a questa nuova toccante produzione.

Gli Sheff sono una normale famiglia americana, conducono una vita spensierata fra gli alti e bassi comuni a tutti; la loro vita viene però sconvolta quando il primogenito, Nic (Timothée Chalamet), comunica di essere caduto nel circolo vizioso della droga, in particolar modo della metanfetamina. Nessuno riesce a credere alla notizia, ma dopo un primo momento di sbigottimento e delusione, il padre, David (Steve Carell), prenderà in mano la situazione e farà di tutto per salvare la vita del figlio.

Beautiful Boy: la storia di David e Nic Sheff

David Sheff è un acclamato giornalista del New York Times, che decide di usare il suo talento letterario per scrivere tutto ciò che la dipendenza di suo figlio Nic ha comportato per lui e la sua famiglia. Il libro, intitolato "Beautiful Boy: A Father's Journey Through His Son's Addiction", si è rivelato fin da subito un acclamato successo di critica, dovuto in gran parte alla sensibilità e umanità di cui è intriso il racconto.

Beautiful Boy: Trailer originale

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