An Elephant Sitting Still (2018)

 

 

An Elephant Sitting Still - Recensione: il punto morto del mondo

an elephant sitting still scena

C’è bisogno di qualcosa che rompa la superficie liscia delle cose, strappi per un momento dalla linearità frustante della vita. Ci si muove tra quattro mura, tra uscii chiusi e fumi di ciminiere – impossibile scavalcare, capire cosa viene privato alla vista. Semplicemente si esiste, senza pretese o grandi slanci, aspettando una qualche sorta di rivelazione che schiarisca, apra strade. Hu Bo confeziona un’opera monolitica, aggancia l’essenza stessa dell’attesa: “An Elephant Sitting Still” è una narrazione-fiume di quattro ore, indagine epidermica di una Cina coperta da un grigiore eterno e atemporale, malata di tisi, pallore esistenziale.

Ci sono voci, richiami che si passano di bocca in bocca, sopravvivono agli anni; come in una saga nordica, il quartetto di “An Elephant Sitting Still” si intreccia in maniera vertiginosa, muove dalla ricerca, dal tendersi violento verso qualcosa. Le rovine di una Cina suburbana e desolante si stagliano, tra miasmi e nebbie di macbethiana memoria - la vita che corre, moderna, è miraggio. Piuttosto si respira a pieni polmoni la paralisi, diventa pervasiva, elemento strutturale della persona; tramontano idoli e dei, le idee di un socialismo che possa livellare le disparità. Non c’è alcuna fiaccola, fiamma che sia tanto forte da essere avvistata ovunque - nella periferia in sfacelo, negli appartamenti in cui goccia pioggia, in una scuola che sta per chiudere. Si nasce, si aderisce a forza alla vita, si rimane inscatolati in precisi scompartimenti stagni. Monta così l’attesa, si trasforma velocemente in disamina e ricerca spasmodica del “punto morto del mondo, l'anello che non tiene” (si dovrà pur cercare la falla, il foro che immetta a nuove possibilità). È qui che la voce ritorna, il sogno e la leggenda fluiscono: a Manzhouli, si racconta, tra Russia e Mongolia, c’è un elefante che resta immobile, seduto. Esiste, gettato in questo mondo, ma non prova desiderio di alzarsi – né è infastidito dagli avvenimenti, dalle incombenze, dalla portata degli eventi.

Da questo presupposto muovono i protagonisti della pellicola, involucri che perdono linfa, la stillano, lasciano scie. Nei loro corpi cavi ronzano distinte frustrazioni, rabbie sedimentate negli anni con cura e pazienza, cementificate. In un ultimo disperato tentativo, si tenta allora di forzare la serratura del mondo, di evadere da futuri già scritturati: cercare quell’elefante diventa imperativo, tornare al nucleo, alla matrice, al baricentro, poi iniziare tutto daccapo. Ci sono Wei Bu, figlio di un poliziotto, coinvolto nell’omicidio involontario del bulletto della scuola; Cheng, boss della zona, intento a soppesare i propri demoni e rimorsi dopo il suicidio di un amico; Ling, invischiata in un affaire con il vice-preside della scuola, soffocata da un rapporto turbolento con la madre; Wang, ormai prossimo all’ospizio, spedito a cure altrui nel tentativo di poter liberare un po’ di spazio nel microscopico appartamento in cui vive con figlio, nuora, nipote.

Hu bo ricama e cuce su misura un epos dei nostri giorni, lavorando con precisione millimetrica. Esclude voli pindarici di camera o artificiosità zuccherose, pietistiche: alla terra si appartiene e si rimane incollati, si aderisce alla realtà, alla luce crudele delle cose. Lavora di fino, inchioda gli sguardi, segue umilmente con piani sequenza sommessi e freddi, spesso in walking-and-talking: si parla pur sempre d’esplorazione, quest, indagine, e allora si prendono per mano i personaggi, si accompagnano attraverso cunicoli e labirinti esistenziali, spaziali.

 

 

An Elephant Sitting Still: l'ultimo canto

an elephant sittin still scena film

Il nucleo pulsante della narrazione è straziante, e Hu Bo se ne ciba a piene mani, non si risparmia. La sensazione è quella di un’incubazione continua che prepari allo snodo, all’esplosione: è lavoro che va fatto con calma, premura, è necessario accostare tutte le tessere. Allora ogni simbolo diventa mondo, ogni segno fondamentale al quadro d’insieme: in “An Elephant Sitting Still” pullulano e fioriscono armi – Wei Bu un manganello, diverse le pistole che prendono e tolgono vite.

Giacciono lì, in potenza, sono la tentazione e la scorciatoia alla liberazione, l'odio e le grida. Sono l’unico oggetto (oltre tegole smangiate, calcinacci incrostati, imposte al neon), il simbolo di una rabbia che trabocca, urlata al mondo a più riprese nel vano tentativo di scandagliare il senso del mondo, della vita, dell’esserci qui e ora. Un senso che non c’è, forse mai c’è stato, ma che quel pachiderma forse conosce - se n'è cibato avidamente. Nel freddo che cala e consuma, rimane solo un lungo canto del cigno da ascoltare, un garrito che rompa il silenzio prima che il buio scenda, di nuovo.

Simone Stirpe

  • Regia: Hu Bo
  • Cast: Yu Zhang, Yuchang Peng, Uvin Wang
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 230 minuti
  • Produzione:  Cina, 2018
  • Distribuzione: n/d
  • Data di uscita: n/d

An Elephant Sitting Still - poster"An Elephant Sitting Still" è un film drammatico diretto dal regista Hu Bo, ambientato nel nord della Cina. La pellicola è stata presentata nella Sezione Ufficiale della tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

An Elephant Sitting Still: la storia del mitico elefante che passa le sue giornate seduto indifferente al mondo

"An Elephant Sitting Still" è ambientato in una cittadina nel nord della Cina e racconta la storia del sedicenne Wei Bu, il quale per proteggere un suo amico, spinge il bullo della scuola dalle scale mandandolo in ospedale. Temendo le conseguenze di questo gesto, Wei si da alla fuga a lui si uniscono altre due persone: il vicino di casa di nome Wang Jin, un sessantenne senza più legami, e una compagna di classe Huang Ling, tormentata da una relazione sessuale che ha con il direttore della sua scuola.

Durante la loro fuga, i tre compagni di viaggio, decidono di salire a bordo di un autobus diretto a Manzhouli, in Manciuria, dove si trova un mitico elefante che passa il tempo semplicemente seduto, inerte, indifferente al mondo.

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