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Ricochet (2020)

Recensione

Ricochet: l’elaborazione del lutto

Ricochet

Ricochet (2020)

Il dolore per la perdita di un figlio e il desiderio di vendetta inespresso sono le tematiche centrali di “Ricochet”, diretto da Rodrigo Fiallega e in concorso alla 15ª Festa del Cinema di Roma. La vita per il protagonista Martjin si è fermata quando ha perso suo figlio: ha divorziato, ha un’altra bambina che però vive con la madre, e ha una malattia che, a distanza di pochi mesi, potrebbe ucciderlo.

Martjin vive isolato dalla città, nella casa piena di ricordi di quel piccolo che non c’è più, dove la cameretta è ancora esattamente come l’aveva lasciata. La sofferenza del protagonista è percepibile da un gesto, uno sguardo e un sospiro. Il regista Fiallega è attento al minimo impercettibile movimento, che sia della macchina da presa o dei personaggi. Raramente viene inquadrato il viso di Martjin che piange o le lacrime che scivolano sulle sue guance. Fiallega cattura i suoni, i silenzi, la desolazione delle terre aride e bruciate dal sole del Messico. 

Distese di sabbia e arbusti secchi, dove il sole batte forte rendendo incandescente qualsiasi cosa colpisca. Terreni incolti che si estendono a perdita d’occhio e che sembrano infiniti oltre l’orizzonte. Ogni centimetro è uguale a se stesso; ovunque si guardi sembra esserci solo desolazione, silenzio e qualche fruscio di insetti che popolano una natura secca e sterile. Martjin passa la sua vita chiuso in casa, visitato dall’ex moglie e dalla figlia, impiegando la giornata con lavori saltuari e birre al bar con un vecchio amico. Intanto una festa si avvicina, le strade e le piazze chiudono, la gente è indaffarata e Martjin viene scosso da un evento inaspettato.

Convivere con il dolore

Ricochet

Nonostante il protagonista soffra per una terribile perdita, sembra aver trovato la sua dimensione nella sofferenza, tristezza e, irrimediabilmente, nel senso di colpa. Non riesce a elaborare il lutto, sente che la sua vita gli sta scivolando via a causa della malattia e continua a vivere il tempo che gli rimane con disinteresse. È convinto che la sua vita sarà così, continuerà così, perché con la morte del figlio, lui ha perso tutto. Le stesse persone che gli gravitano attorno sono abituate e stremate dal suo atteggiamento schivo, autolesionista e di profonda apatia. Ancorato a un passato che non gli appartiene più, covando rabbia, risentimento e senso di ingiustizia, Martjin è semplicemente in attesa dell’interruttore che lo faccia esplodere. E quell’interruttore non tarda ad arrivare.

Con un sottile riferimento alla precarietà, quasi globale, del sistema giudiziario, “Ricochet” esplora una condizione umana attraverso un evento tragico e totalizzante. Tutti i personaggi, escluso Martjin, sono poco caratterizzati e appaiono senza spessore, esistendo solo in relazione al protagonista. L’uomo arriva a compiere gesti sorprendenti e che, considerando il corso del film, si possono definire anche folli ed estremi. Martjin è un uomo provato, traumatizzato, chiuso in un luogo dove non c’è altro che una festa ogni anno che dura per giorni e che fa sentire vivi e allegri tutti gli abitanti, prima di tornare a una routine piatta dove regna sovrana la monotonia. L’evento che sconvolge la vita di Martjin cambia la sua prospettiva sul mondo e sugli esseri umani, da quegli uomini e donne che si allontanano da qualcuno che non sempre comprendono.

Il senso della vita

Ricochet

“Ricochet” è un film sul lutto, sull’esistenza e su un uomo stretto in una morsa esteriore e interiore. Il colpo di scena finale è percepibile solo nei momenti più sereni del racconto, espressione della quiete prima della tempesta. La regia, sorprendente, mostra paesaggi dalla doppia valenza, sia visiva che psicologica, che destano stupore e incantano per la loro estensione e forma. L’uso di inquadrature, fisse sui luoghi, e strette nei primissimi piani dei personaggi, e di una fotografia insatura, molto naturale e per certi versi poetica, rendono “Ricochet” una storia drammatica, che seppur imperfetta in alcuni punti, è senza dubbio intensa e sconvolgente.

Giorgia Terranova

Trama

  • Regia: Rodrigo Fiallega
  • Cast: Martjin Kuiper, Izaua Larios, Andrés Almeida
  • Genere: drammatico
  • Durata: 93 minuti
  • Produzione: Messico, Spagna, 2020

Ricochet”Ricochet”, diretto da Rodrigo Fiallega, racconta il tentativo di elaborazione di un terribile lutto, un’assenza che il protagonista non riesce a sopportare né a superare, diventano un eterno incompreso, solo nella proprio sofferenza.

Ricochet: la trama

Mrtijin, uomo di cinquant’anni che vive nella sua casa isolata e circondata dalle distese di terre aride del Messico, a pochi chilometri da una cittadina tranquilla e pacifica, convive con anni con la morte del figlio. Separato dalla moglie e con un’altra bambina, è rimasto in quella casa dove ha cresciuto il figlio del quale non riesce ad elaborare il lutto. Ancora profondamente scosso da quella vicenda rimane ancorato a un ricordo, a una rabbia che cova dentro e a un senso di giustizia che per lui non ha mai cambiato nulla. Da allora si è inoltre gravemente ammalato, perdendo il negozio dove lavorava, smettendo qualsiasi cura iniziata. Un giorno però, il suo equilibrio, già precario, viene completamente spezzato dall’uscita di prigione dell’assassino di suo figlio, che fa improvvisamente esplodere tutto ciò che Martjin cercava di anestetizzare e tenere dentro di sé.

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