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Non ci resta che vincere (2018)

Recensione

Non ci resta che vincere – Recensione: una spassosa commedia sulla disabilità intellettuale

Non ci resta che vincere review

Candidato alla cinquina degli Oscar come Miglior Film Straniero per la Spagna, dopo un successo al botteghino che lo ha visto sfiorare i venti milioni di euro, con più di tre milioni di spettatori ad affollare le sale, “Non ci resta che vincere” è un film ben fatto e divertente che tratta un tema toccante come la disabilità intellettiva, raccontando con garbo, e senza censure, pregiudizi e luoghi comuni sull’argomento.

Non ci resta che vincere (2018)

Al centro della storia il concetto di normalità, che può essere declinato diversamente da come il comune sentire dei più desidera: chi può dire cosa sia veramente normale? La normalità è essere normodotati? Il racconto mostra con chiarezza come alcune disabilità emotive e relazionali siano spesso fortemente invalidanti, al pari di altre disabilità più palesi.

Non ci resta che vincere: disabilità e sport a suon di risate

In “Non ci resta che vincere” Marco, i cui panni sono egregiamente vestiti da Javier Gutiérrez (due premi Goya come Miglior attore, nel 2014 per “La Isla Minima” e nel 2017 per “Il Movente”), è un allenatore di basket, che mal gestisce la sua vita privata e professionale, le cui intemperanze lo portano dritto dritto in carcere e a seguire in un’aula di tribunale, dove i suoi comportamenti oltraggiosi vengono puniti con novanta giorni di lavoro socialmente utile in un centro che accoglie individui con disabilità fisico-intellettiva di diversa natura. Certo per l’uomo non è una prospettiva allettante, ma l’alternativa, la galera, lo è ancora meno.

Il compito di Marco non è poi così difficile, dovrà continuare ad allenare una squadra di basket, Los Amigos, ma di fronte a questo singolare gruppo si sente impotente: difficile insegnare i rudimenti della pallacanestro a chi non sa neppure correre! Dopo l’iniziale sgomento il protagonista tenta con coscienza di portare avanti l’impresa, il che lo obbliga a relazionarsi con chi dista anni luce dalla sua idea di ‘normalità’.

Questo rapporto forzato darà vita a un susseguirsi di situazioni divertenti, a tratti esilaranti, ma mai lesive della dignità dei singoli.

Non ci resta che vincere: il registro dell’ironia per quello che può essere definito un racconto di formazione

Non ci resta che vincere Still

Il film di Javier Fesser è un vero e proprio racconto di formazione, quella di un cinquantenne che la vita pone di fronte a uno scoglio imprevisto da superare, senza sotterfugi e scorciatoie. Marco fa difficoltà ad assumersi responsabilità e relazionarsi con gli altri con equilibrio, non conosce il termine ‘mediare’, in breve non ha un buon carattere. L’incontro con Los Amigos gli permetterà di fare quel salto in avanti, emotivo e comportamentale, che ancora non era riuscito a compiere, lui insegnerà alla squadra a giocare e gli atleti gli insegneranno a superare i suoi limiti. Alfine chi avrà di più sarà proprio il protagonista, i pregiudizi pian piano spariranno per far emergere peculiarità che non sapeva neppure di avere, prima fra tutte la capacità di curarsi dell’altro.

Tutti i personaggi con disabilità sono interpretati in maniera egregia da attori affetti realmente da disabilità, a dimostrazione che chi ha un limite può esprimersi al meglio in tante attività, non solo a livello sportivo, per ribadire questo concetto sarebbe stato più adeguato il titolo originale “Campeones”. Torna alla mente il bel film di Giulio Manfredonia, “Si può fare”, con un bravo Claudio Bisio.

“Non ci resta che vincere” si avvale di uno script spassoso, elaborato a quattro mani da David Marqués e dallo stesso regista, che non tralascia di puntualizzare il privato dei singoli, con grande eleganza ed onestà; brillano i siparietti, veramente esilaranti, tra il protagonista e la madre, una strepitosa Luisa Gavasa.
Al regista va il merito di aver confezionato un lavoro equilibrato in cui si ride, ci si commuove, si racconta la vita, soprattutto quella di chi ha meno frecce al proprio arco, con un brio ed una leggerezza rare: chapeau!

Maria Grazia Bosu

Trama

  • Titolo originale: Campeones
  • Regia: Javier Fesser
    Cast: Javier Gutiérrez, Athenea Mata, Juan Margallo, José de Luna, Sergio Olmo, Gloria Ramos, Jesus Vidal, Fran Fuentes, Alberto Nieto Ferrandez, Jesus Lago, Roberto Chincilla, Stefan Lopez, Luisa Gavasa, Luis Bermejo
  • Genere: Commedia, colore
  • Durata: 124 minuti
  • Produzione: Spagna, 2018
  • Distribuzione: Movies Inspired
  • Data di uscita: 6 dicembre 2018

non ci resta che vincere locCampione di incassi in Spagna, dove ha sbancato il box office con cifre vertiginose, “Campeones”, il cui titolo nella versione italiana è “Non ci resta che vincere” è una pellicola co-scritta e diretta da Javier Fesser. Il regista iberico, sei volte vincitore dei prestigiosi premi Goya (“Camino”, “El milagro de P. Tinto”) in madrepatria cambia nuovamente registro stilistico: dopo prove dal tono surrealista e un film di animazione (“Mortadello e Polpetta contro Jimmy lo Sguercio”), Fesser firma una commedia dai temi delicati, piena di umanità.

Non ci resta che vincere: rivincita e diversità

Con “Non ci resta che vincere” lo sport torna nuovamente al centro di una narrazione cinematografica, ancora una volta rivela la propria natura, il pregio di essere collante sociale per gli individui.

È anche terreno di rivalsa e di grandi emozioni, Marco (Javier Gutiérrez) – il protagonista – lo sa bene: al centro di una grave crisi emotiva e professionale, l’uomo, allenatore di una delle migliori squadre di basket del campionato spagnolo, fatica a tenere in ordine la propria vita. Il momento di rottura arriva quando finisce per azzuffarsi con un altro allenatore – gesto per cui perde il lavoro e cade in una spirale autodistruttiva. Una sera decide di alzare il gomito; brillo, si mette alla guida, viene sorpreso. L’uomo viene condannato ad una pena d’interesse generale: allenare una nuova, piccola squadra.

Quella che in prima battuta poteva sembrare una punizione si rivela per l’uomo una lezione di vita: la strada è composta da un gruppo di giovani con deficit mentali. Nasce così un legame affiatato, una tenera storia sulla valorizzazione della diversità e dell’Altro – rapporto spesso minato da pregiudizi e incomprensioni.

 

 

Trailer

 

 

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