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Sergio Corbucci - Biografia

Sergio Corbucci è stata una delle figure di punta del cinema popolare italiano

(Roma, 6 dicembre 1926 – Roma, 2 dicembre 1990)

Sergio Corbucci, nato a Roma il 6 dicembre del 1926, insieme al fratello Bruno è una delle figure di punta del cinema popolare italiano, quell’area definita a volta anche trash o “serie B”. Indubbiamente il tratto distintivo di Corbucci, durante gli alti e bassi che ne costellano la prolifica carriera, è un approccio al cinema divertito e artigianale, non privo però di una certa conoscenza del mezzo tecnico e di capacità di intrattenere il pubblico.

Alcuni dei suoi film, interpretati da Totò, Celentano o Pozzetto, sono fermamente parte del bagaglio pop degli spettatori cinematografici cresciuti fra gli anni Settanta e Ottanta. Corbucci esordisce giovanissimo, a soli 25 anni con il drammatico “Salvate mia figlia” (1951), una produzione sentimentale e di genere, non priva di influenze derivate dall’allora imperante neorealismo. Il giovane regista e sceneggiatore si fa le ossa lungo gli anni Cinquanta, nel periodo d’oro della film-industry italiana, girando parecchio, ma senza spiccare particolarmente nel panorama generale. Nella prima metà dei Sessanta, grazie alla collaborazione con Totò, mette a segno una serie di successi al botteghino con film spesso replicati fino ai giorni nostri dalla TV.

Si tratta di pellicole come “Chi si ferma è perduto” (1960), “Totò, Peppino e la dolce vita” (1961) e “Gli onorevoli” (1963), dove Totò è in coppia con Peppino De Filippo o “Lo smemorato di Collegno” (1962) e “Il monaco di Monza” (1963), dove invece il principe De Curtis fa coppia con Macario. Un posto a parte in questo primo periodo lo merita “I due marescialli” (1961), satira del conformismo italiano durante il fascismo, che affianca al talentaccio di Totò uno scatenato Vittorio De Sica.

Corbucci riesce ad esaltare al meglio le doti recitative dei suoi protagonisti grazie a un montaggio spigliato e a una cura meticolosa delle ambientazioni. Gli anni Sessanta sono un decennio di sperimentazioni sul genere, Corbucci infatti non si limita a frequentare la commedia, ma affronta con buoni risultati di cassetta il peplum con “Maciste contro il vampiro” (1961) e “Il figlio di Spartacus” (1962); l’horror con “Danza macabra” (1964) e il western con “Massacro al Grande Canyon” (1964) e “Minnesota Clay” (1965).

L’incontro con il nascente western all’italiana, genere in enorme espansione dopo il successone dei primi film di Leone, rappresenta una svolta nella carriera di Corbucci, che si dedica a pieno ritmo al confezionamento di spaghetti-western: “Johnny Oro” (1966), “Django” (1966), “Navajo Joe” (1966), “Il grande silenzio” (1967), “Vamos a matar compañeros” (1970). In particolare, “Django”, che sfrutta il carisma nascente di Franco Nero, esalta la lezione registica di Leone oltre a fissare uno standard di violenza visuale inaudita per il cinema dell’epoca, diventando un successo in tutto il mondo, tanto da essere considerato anche ora un cult movie negli Stati Uniti.

Gli anni Settanta sono un periodo confuso nelle regie di Corbucci, da una parte continua con le consuete produzioni popolari a basso budget, come “Di che segno sei?” (1975), “Bluff” (1976) o “Tre tigri contro tre tigri” (1977), dall’altra è evidentemente tentato dalla regia di opere più “serie”. In “La mazzetta” (1978) dirige Manfredi e Tognazzi, mentre in “Giallo napoletano” (1979) ha a disposizione un cast che include Mastroianni, Peppino De Filippo, Michel Piccoli e Renato Pozzetto.

Nonostante gli sforzi ilsuccesso di queste commedie non arriva mai ai livelli di popolarità raggiunti dalle farse comiche e dai violentissimi western anni Sessanta. A causa della crisi del cinema italiano, gli anni Ottanta sono una prosecuzione di regie vecchio stile, spesso un po’ superficiali e vivacizzate solo dal gusto della gag comica: “Il conte Tacchia” (1982) con Montesano, “Sing Sing” (1983) col duo Celentano-Pozzetto, “Sono un fenomeno paranormale” (1985) con Alberto Sordi.

Un'eccezione è costituita dal malinconico “I giorni del commissario Ambrosio” (1988), che doveva essere il pilot per una serie TV, affidato alla riflessiva recitazione di un invecchiato Ugo Tognazzi. La lunga carriera di Corbucci sarebbe forse continuata ancora in televisione se la morte non lo avesse colto improvvisamente, poco prima del suo sessantaquattresimo compleanno, nel dicembre del 1990.

Fabio Benincasa

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