Pasquale Scimeca – Biografia
Pasquale Scimeca: un regista impegnato sul fronte politico e attento alle problematiche della sua terra
(Aliminusa, Palermo 1 febbraio 1956)
Pasquale Scimeca nasce il 1 febbraio 1956 in provincia di Palermo.
Dopo il diploma, come molti ragazzi meridionali, si trasferisce fuori dalla sua regione per studiare. A Firenze si laurea in Storia Contemporanea e matura contemporaneamente un interesse per il cinema.
Mentre insegna alle scuole superiori, con alcuni amici fonda la cooperativa di produzione Arbash, realizzando alcuni corti e il suo primo lungometraggio “La donzelletta”, nel 1989, girato in 16mm a bassissimo budget. La protagonista, la giovane Anna, è un coacervo di contraddizioni, ama Leopardi ed Omero, ma è anche una tossicodipendente e un’emarginata. Quando, stanca, lascia il suo piccolo paese di montagna e si trasferisce a Palermo, finisce per convivere con uno spacciatore. Alla fine decide di tornare nel suo paese e disintossicarsi. Fin da questo primo film sono chiari gli intenti di Scimeca, che vuole descrivere la drammatica desertificazione del mondo contadino siciliano e il durissimo impatto con la modernità e l’incomunicabilità, incrociando in modo libero ricostruzione storica e intenti lirici.
Il secondo film, girato sempre a basso costo e in 16mm, si intitola “Un sogno perso” (1992), con episodi ispirati liberamente a racconti di scrittori siciliani come Elio Vittorini e Vincenzo Consolo. La pellicola, selezionata da Enrico Ghezzi al Festival di Taormina, contribuisce a dare una certa notorietà a Scimeca che può così girare, nel 1993, il suo primo lavoro in 35mm, “Il giorno di San Sebastiano”. Il film che conferma la vocazione del regista nell’affrontare la storia e l’antropologia siciliana con taglio tragicamente lirico, ricostruisce in maniera poetica ma puntuale la rivolta e la repressione dei Fasci Siciliani del 1893, il primo movimento di origine socialista che abbia cercato di ottenere diritti per i lavoratori in Italia. Il lungometraggio vince un Globo d’Oro e ottiene un premio a Venezia come Miglior Opera Prima.
Negli anni successivi si dedica al documentario, in particolare indagando il mondo della mafia siciliana e il suo profondo radicamento nel territorio. “Nella tana del lupo” (1994) è un viaggio nella zona di Corleone che ottiene un premio a Festival del Documentario di San Benedetto del Tronto, mentre “Paolo Borsellino” (1995) è dedicato alla memoria del magistrato trucidato ferocemente dalla mafia.
Nel 1996 torna alla regia cinematografica con “I briganti di Zabut”. Ambientato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, incentrato sulla storia di un perseguitato politico che fa ritorno al suo paese in Sicilia e si unisce ai contadini che occupano le terre. Coinvolto nell’omicidio dell’ex-podestà fascista è poi costretto a fuggire e a diventare un fuorilegge. Il film ottiene alcuni premi, fra i quali una menzione speciale a Taormina.
Nel 2000 esce “Placido Rizzotto”, probabilmente il lavoro più famoso di Scimeca, ancora una volta dedicato a un episodio realmente accaduto. La pellicola ricostruisce la vita di un sindacalista socialista, rapito e ucciso a Corleone per ordine di Luciano Liggio. “Placido Rizzotto” viene selezionato a Venezia e beneficia dell’effetto di trascinamento suscitato dal successo di “I cento passi”, uscito poco tempo prima. Oltre ad essere un buon successo di pubblico vince la Grolla d’Oro a Saint Vincent e il Gran Prix del Festival di Annecy.
Ormai coinvolto a tempo pieno nell’impegno politico, Scimeca realizza una parte del film collettivo “Un altro mondo è possibile” (2001) dedicato ai tragici fatti di Genova. Successivamente viene invitato al World Social Forum di Porto Alegre, dove documenta le lotte dei contadini brasiliani, realizzando il documentario “Sem Terra” (2002). “Gli indesiderabili" (2003) è invece la storia di alcuni gangster da strapazzo che nel dopoguerra sono espulsi dagli USA e si ritrovano nella miseria della Sicilia contadina. Successivamente di dedica a “La passione di Giosuè l’ebreo” (2005), un ambizioso tentativo di affresco storico che retrocede fino al XV Secolo. Il protagonista è un giovane ebreo in fuga che finisce per morire crocifisso.
Ritorna anche qui la polemica verso l’intolleranza e la chiusura della società, oltre che la pietà per i vinti dalla storia. I due film, pur selezionati a Locarno e Venezia, riscuotono meno consenso del previsto.
Nel 2007 Scimeca decide di affrontare la riduzione di “Rosso Malpelo”, una novella di Giovanni Verga, al quale lo accomunano diversi tratti poetici. Il confronto con il grande autore siciliano si fa ancora più serrato nel suo ultimo impegno, “I Malavoglia” (2010), sceneggiato da Tonino Guerra e girato tra Pachino e Porto Palo. L’epopea dei ‘vinti’ è trasposta ai nostri giorni e descrive anche la tragedia dell’immigrazione africana in Italia, cercando di disciogliere il verismo storico di natura verghiana in una narrazione tragica e universale.
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