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Marco Bellocchio – Biografia

Possiamo definirlo realmente un regista indipendente, difficile da digerire per il suo occhio sulla società, sulla politica e sulla storia

(9 novembre 1939, Piacenza)

Regista indipendente, difficile, da amare, odiare o criticare: Marco Bellocchio è tutto questo. Fuori dagli schemi, fuori dalle interpretazioni influenzate, propone una rilettura libera, nuova ma assolutamente personale della storia e degli uomini, sempre memore dei due elementi che hanno contraddistinto la vita italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale: cattolicesimo e comunismo.

Marco Bellocchio non riscuote mai pareri univoci: piace e non piace, affascina e fa riflettere. Nei suoi film non pretende mai di dare una versione bianca o nera delle cose, la lascia allo spettatore, fornendogli le giuste categorie per costruirsi un’opinione e una visione sugli avvenimenti. Nessun giudizio, solamente chiavi di lettura diverse.

Marco Bellocchio nasce da una madre insegnante e da un padre avvocato e riceve un'educazione d'impronta fortemente cattolica, formandosi presso istituti religiosi.

È il 1959 quando si trasferisce a Roma dopo aver studiato per un periodo filosofia presso l'Università Cattolica di Milano. Nella Capitale decide di iscriversi ai corsi del "Centro Sperimentale di Cinematografia". Successivamente, ormai all’inizio degli anni Sessanta, si sposta a Londra, per frequentare i corsi della "Slade School of Fine Arts".

Nel 1965 realizza il suo primo lungometraggio, “I pugni in tasca” (1965), che lo pone subito al centro di polemiche e critiche, perché scardina, distrugge e smaschera uno dei punti fermi della società di quel periodo, almeno di quella fintamente e formalmente borghese: la famiglia. La storia è quella di un giovane affetto da epilessia che cerca di uccidere tutta la propria famiglia. Per il film Bellocchio riceve la Vela d'Argento al Festival di Locarno e un Nastro d'argento.

Anche se inizialmente viene legato all’immagine di regista di sinistra, alla fine degli anni Sessanta alcuni film eliminano qualsiasi supposizione che Bellocchio possa definirsi un regista di partito: sono gli anni di "La Cina è vicina" (1967), Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia, dell’episodio "Discutiamo, discutiamo..." inserito nel film collettivo "Amore e rabbia" (1969), girato insieme a Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Carlo Lizzani e Jean Luc Godard.

È in queste occasioni che Bellocchio non disdegna l’aspra critica per la sinistra italiana, compresa quell’aura di rinnovamento data dalla contestazione giovanile del periodo.

Bellocchio definisce i punti cardini della sua poetica cinematografica, sanciti dall’uscita nel 1972 del film “Nel nome del padre". Non risparmia la denuncia degli schemi di potere della società, la critica delle strutture del potere e il loro rapporto coercitivo con l'individuo.


Nel 1975 è la volta di "Matti da slegare" (1975), una sorta di documentario sul mondo dei manicomi, visti come luogo di repressione più che di cura, e un'analisi delle cause della malattia mentale.

Nel 1977 Marco Bellocchio si mostra cambiato o comunque evoluto ulteriormente con il film "Il Gabbiano" (1977): stavolta è molto chiara la critica alla sinistra. Inizia poi la rivisitazione della letteratura: "Enrico IV" (1984) e "Il principe di Homburg" (1997).

Altra tematica parallela quella della riflessione o meglio, dell’introspezione con film come: "Salto nel vuoto" (1980), vincitore del David di Donatello, "Gli occhi, la bocca" (1982), "Diavolo in corpo" (1986) e "La visione del sabba" (1988).

Nel 1991 Bellocchio realizza “La condanna" (1991), con cui vince l'Orso d'argento al Festival di Berlino.

Nel 2001 torna incombente la religione con "L'ora di religione" (2001), vincitore di un Nastro d'argento e con protagonista Sergio Castellitto, pittore, ateo e dal passato comunista, che si trova a vivere un confronto con la chiesa e con la religione dopo la notizia del processo di beatificazione della madre e di fronte alla scelta del figlio di frequentare a scuola l'ora di religione.

Con “Buongiorno, notte” (2003) Bellocchio ricorda la figura di Aldo Moro e le vicende del suo rapimento, puntando sulla figura di una giovane donna lacerata dal contrasto della sua doppia vita, bibliotecaria di giorno e terrorista di notte. Di qui il rapporto umano che la ragazza crea con Moro.

Torna a parlare di religione nel 2006 con “Il regista di matrimoni”, ancora con Sergio Castellitto.

Nel 2009 Bellocchio realizza una pellicola storica, "Vincere" (2009), un film che narra la storia di Benito Albino Dalser, figlio segreto di Benito Mussolini.

Nel 2011 Bellocchio riceve l'Alabarda d'oro alla carriera per il cinema e anche il premio per la miglior regia per il film “Sorelle Mai” (2011), mentre durante la 68ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia ottiene il Leone d'oro alla carriera.
Tiziano Filipponi


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