Fanny Ardant - Biografia (Saumur, 22 marzo 1949)
“Senti, Bernard. Le donne sono delle maghe?” domandava il giovane Alphonse all’attrezzista Bernard Menez in “Effetto notte”, film del 1982 di François Truffaut. Ci piace pensare che a dargli conferma di una natura sovrannaturale e maliarda del femminile, siano stati gli occhi o chi sa le gambe, della donna che, nel 1981, l’illustre regista avrebbe preso in moglie e a cui, poco prima di morire, avrebbe lasciato una figlia. Stiamo parlando, signori, di Fanny Ardant, una delle attrici più stimate e apprezzate del cinema non solo francese ma di tutto il mondo, richiesta dalle più blasonate regie e sempre gradita ospite delle più importanti manifestazioni dedicate alla settima arte. Figlia di un ufficiale di cavalleria, Governatore del Palazzo Grimalfi nel principato di Monaco, Fanny Marguerite Judith Ardan nasce il 22 marzo del 1949, nel comune francese di Saumur, tra i castelli della Loira e trascorre la propria giovinezza tra i lunghi soggiorni a Monaco e i viaggi intorno all’Europa, apprendendo diverse lingue e orientando i propri studi ai fini della carriera diplomatica. Musa non solo del cantante Vincent Delerm, che le dedica la canzone “Fanny Ardan et Moi”, ma anche dell’artista tedesco Jan Cremer, che per lei dipinge “Tulip Fanny Ardan” e di molti altri, perché la si possa ammirare su un palco o nelle diverse produzioni televisive da cui verrà richiesta, è necessario attendere i primi anni ’70 e la fine del corso di Arte Drammatica di Pèrimony di Parigi, a cui si iscrive proprio in quel periodo. A catturarne la sinuosa figura e i modi delicati per la prima volta sulla pellicola, è nel 1979 l’anticonformista regista francese Alais Jessua in “L’uomo dei cani” (1979), sebbene, perché cambino le sorti della propria carriera recitativa, Fanny debba attendere, l’anno seguente, l’incontro con Truffaut, che oltre ad innamorarsene la sceglie come protagonista di alcuni dei suoi film più noti. Sono gli anni successivi al trionfo della Nouvelle Vague, quelli più maturi delle verità sull’amore di “La signora della porta accanto” (1981) o delle sceneggiature di ispirazione noir, come “Finalmente Domenica!” (1983). È il periodo più bello e forse più triste della vita dell’attrice, quello in cui dà alla luce la piccola Josephine, ma perde poco dopo il marito. Nonostante il lutto, la Ardan continua alacremente a lavorare, prima sui set di “L’amour à mort” (1984) di Alain Resnais e “Desiderio” (1984) di Anna Maria Tatò, poi su quelli italiani di Ettore Scola, che la sceglie come collega di Vittorio Gasman e Stefania Sandrelli, ne “La famiglia” (1987), per poi replicare qualche anno più tardi con “La cena” (1998). Dopo qualche film minore è la volta del delizioso rifacimento di “Sabrina” (1995) di Sydney Pollack e di “Al di là delle nuvole” (1995), firmato da Michelangelo Antonioni, con Claudia Cardinale e Marcello Mastroianni, la cui presenza di quest’ultimo ritrova in “Cento e una notte” (1996). Interprete di ruoli sempre più ricercati e ogni anno insignita di premi come il Cèsar per “Di giorno e di notte” (1996), con l’inizio del nuovo millennio, la fiducia nelle proprie doti si rinnova grazie ai registi François Ozon e Mario Martone, che desiderano dirigerla rispettivamente in “8 donne e un mistero” (2002), thriller-commedia con altre grandi d’eccezione come Catherine Deneuve (con cui scambia un appassionato e scandaloso bacio) e Dominique Sanda e “L’odore del sangue” (2004), in cui si ritrova moglie del personaggio di Michele Placido. A completare l’inesauribile elenco di titoli il cui cast comprende il suo nome, anche quello de “Il divo” (2008), in cui appare questa volta moglie dell’ambasciatore francese, e di “Cendres at sang” (2009), dove la Ardan passa dietro la macchina da presa, sperimentandosi con successo come regista e scrittrice stessa della sceneggiatura. Non c’è un film in particolare in cui la Ardant risulti più splendida che in altri, ma se ce ne è uno in cui la sua intensità si palesa più che mai, allora quello porta il titolo di “Callas Forever” di Franco Zeffirelli del 2002. Meravigliosa la sua interpretazione della straziante solitudine, della forza e del coraggio di Maria Callas. Meritatamente si può pensare a Fanny Ardant come a un’icona dell’artista pura e assoluta, a cui solo una donna dalla forte personalità come lei può aspirare.
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