Elio Petri - Biografia (Roma, 29 gennaio 1929 – Roma, 10 novembre 1982)
Elio Petri, nato a Roma il 29 gennaio del 1929 è forse il più politico dei registi italiani. Nato in una famiglia povera, figlio unico, si fa notare da subito per la sua intelligenza anche se frequenta solo un istituto tecnico. La sua vera educazione si svolge all’interno di una cellula del Partito Comunista, dove studia e approfondisce diverse discipline umanistiche. Già a 16 anni comincia a scrivere articoli e si appassiona al cinema. Nel 1949 entra all’Unità, allora organo ufficiale del PCI, come critico cinematografico. Successivamente conosce il regista neorealista Giuseppe De Santis con il quale collabora per la realizzazione di “Roma Ore 11” (1951). Sotto l’influenza di De Santis gira due corti, uno dei quali dedicato ai fratelli Cervi, martiri partigiani. Nel 1956 esce dal PCI come reazione polemica all’invasione dell’Ungheria compiuta dall’Unione Sovietica. Nel 1961, a soli 32 anni, dirige il suo primo film, “L’assassino”, interpretato da Marcello Mastroianni e Salvo Randone. Fin da subito il regista usa le forme del genere, specialmente del “giallo”, virate in un grottesco kafkiano per parlare dell’alienazione e del potere. Su questa linea si muove per esempio “I giorni contati” (1962), magistrale interpretazione di Randone, mentre “Il maestro di Vigevano” (1963) con un Sordi insolitamente malinconico, prende le forme di una satira della voracità borghese durante il “boom” economico. Nel 1965, Petri tenta la carta della fantascienza, dirigendo “La decima vittima” con Mastroianni e Ursula Andress. Il film ha scarso successo, ma recentemente le sue atmosfere surreali sono state notevolmente rivalutate. Nel 1967 adatta, da Sciascia, il poliziesco “A ciascuno il suo”, che si avvale della magnetica interpretazione di Gian Maria Volontè nella parte di un militante comunista che si batte contro la Mafia. L’incontro con Volontè gli ispira il celeberrimo “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1970). Il film, contrassegnato dalla martellante colonna sonora di Morricone, racconta le vicende grottesche di un commissario siciliano, reazionario e omicida. Dopo aver ucciso la sua amante, il commissario vorrebbe consegnarsi ai suoi colleghi, ma questi preferiscono insabbiare tutto per salvare l’onorabilità della polizia. I due lavorano insieme anche a “La classe operaia va in paradiso” (1971), una feroce satira dell’alienazione degli operai in fabbrica, che gli frutta la prestigiosa Palma d’Oro al Festival di Cannes. La cosiddetta “trilogia della nevrosi del potere” è chiusa infine da “La proprietà non è più un furto”, affidato all’interpretazione di Ugo Tognazzi. Nel 1976, Petri ritrova il sodalizio con Volontè per adattare un altro romanzo di Sciascia, “Todo modo”. La pellicola mette alla berlina i rituali di potere della Democrazia Cristiana, avvalendosi della prova di Volontè, nel ruolo di Aldo Moro, quasi mimetica. Il film si chiude con l’assassinio del personaggio, profetizzandone la tragica fine con due anni di anticipo. Il periodo più nero del terrorismo sembra spiazzare il regista. Dopo un intervallo di lavoro in televisione, Petri ritorna al cinema con “Le buone notizie” (1979), affidato al volto stralunato di Giancarlo Giannini. Film denso di amarezza e pessimismo metafisico, annuncia l’inizio di una crisi profonda per autori impegnati politicamente come Petri. Qualche anno dopo, mentre tra mille difficoltà sta preparando un nuovo lavoro con Mastroianni, una breve malattia lo uccide il 10 novembre 1982 a soli 53 anni.
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