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Bob Dylan - Biografia

Bob Dylan, uno dei pilastri degli ultimi cinquant'anni in campo musicale, poetico e culturale!

(Duluth, Minnesota, 24 Maggio 1962)

La domanda è: “Quante strade deve percorrere un uomo prima che si possa definirlo tale?”. Il consiglio di uno come Bob Dylan, che nelle sue diverse esistenze è stato “poeta, profeta, fuori legge, imbroglione e star di elettricità” è forse tra i pochi che potremmo pensare di seguire: ”La risposta, mio caro amico, ascoltala nel vento”. Ma cosa renda un uomo libero, quante palle di cannone debbano essere ancora sparate prima di venire proibite e quante orecchie si debbano avere per non ignorare il pianto del nostro vicino? Sono solo alcuni degli interrogativi che il ‘menestrello del rock’, osa sollevare nella canzone pacifista “Blowin’ in the wind”, scritta nel 1962 e cantata da milioni di giovani all’epoca della contestazione.

Nato il 24 maggio del 1941 a Duluth, nel Minnesota e cresciuto in una piccola comunità ebrea della vicina Hibbing, Robert Allen Zimmerman è stato l’indiscusso interprete delle rivendicazioni libertarie, fondamentali e immortali, di un decennio chiave, quello degli anni Sessanta, della nostra storia recente. Poeta, scrittore, pittore, attore e conduttore radiofonico, Bob Dylan si avvicina alla musica folk dopo una adolescenza spesa ad ascoltare le note blues, country e rock, trasmesse inizialmente solo dalle potenti stazioni di Shreveport. In seguito all’acquisto di una Gibson, che gli permette di ricreare le sonorità delle illuminanti liriche di Woody Guthrie e Odetta e dopo aver maturato la convinzione che il rock and roll, per quanto di grande presa, non fosse comunque utile ad approfondire la questione umana cui sente la necessità di dedicarsi, si trasferisce appena maggiorenne a New York, dove ottiene il primo contratto di una copiosissima serie. La produzione di questo mito vivente accompagnerà infatti un’intera epoca; la propria somma poetica, unita alle diverse operazioni musicali di fusione di generi comprendenti il gospel, il rockabilly, il jazz, lo swing e alcuni prestiti mutuati dalla musica popolare inglese, scozzese e irlandese, faranno sì che la blasonata rivista Rolling Stone lo classifichi, nel 2004, come il più grande artista rock di tutti i tempi, secondo soltanto ai Beatles. È solo mettendo da parte, non senza qualche sforzo, quella che è stata l’innovativa carriera musicale, gli anni della protesta e quelli odierni, le ossessioni del suo pubblico, le leggende sull’incidente del 1966, la svolta religioso-mistica, gli amori per Joan Baez e Sarah Dylan e molto altro ancora, che potremmo in qualche modo indagare il legame di questo personaggio con il cinema.

I risultati prodotti dall’accostamento di una tale personalità al mondo della pellicola, sono stati effettivamente diversi e conducono chiunque ad osservare una prima caratteristica inerente al genere di apporto offerto dall’artista. Se in circa 300 film il contributo è da riferirsi solo alla colonna sonora, per cui verrà insignito dell’Oscar e del Golden Globe in diverse occasioni, non mancano lavori di pregio in cui Bob Dylan è attore, quand’anche regista e sceneggiatore. Tra i titoli più importanti di quest’ ultima categoria, troviamo il primissimo documentario musicale “Don’t Look Back” (1965), girato con la telecamera pioniera di Don Alan Pennebaker (lo stesso del rinomato video di “Subterranean Homesick Blues”), durante un tour di tre settimane in Inghilterra esibendosi come cantante folk, solo con l’armonica e la sua chitarra ‘ammazza fascisti’. Sempre al fianco della amata cantante Joan Baez, è protagonista nello stesso anno di un secondo documentario, intitolato “Festival”, accolto stavolta con meno calore. Rimasto incompreso dalla critica americana di quel periodo, è poi l’insolita versione della storia di William Bonney e dell’ex amico che lo uccise: Pat Garreth. Parliamo di “Pat Garrett e Billy The Kid” (1973), di cui a distanza di anni ancora si sente parlare. Nel film western di Peckinpah, Bob Dylan recita il ruolo di se stesso e ne scandisce il ritmo del film con alcune tra le sue composizioni musicali più belle, come la celeberrima “Knockin’ on Heaven’s Door”, rifatta da più di 150 musicisti.

A seguire, la prima collaborazione con l’amico Scorsese, che per lui realizza il documentario “L’ultimo Valzer” (1978), in cui compare anche Neil Young ed il film musicale tratto dalla tournèe “The Rolling Thunder Review”, intitolato “Rinaldo e Clara”(1978), questa volta diretto oltre che interpretato da Dylan, che ingaggia la futura moglie Sarah nel ruolo di Clara. Meno degni di nota sono “Hearts of Fire” (1987) con Rupert Everett e il poliziesco “Ore contate” (1989) di Dennis Hopper, al fianco di Jodie Foster e Joe Pesci, cui farà seguito il più recente “Masked and Anonymous” (2003), in cui Dylan sceneggia e recita con i prescelti Penelope Cruz e Larry Charles, sulle note di una insolita colonna sonora, che includerà le canzoni degli italiani De Gregori e Articolo 31.

Parlando di Bob Dylan e di cinema, poi, è d’uopo ricordare i lavori di coloro che hanno cercato di trasporre sul grande schermo le vicende e l’essenza di questo enigmatico mito. Stiamo parlando di Martin Scorsese e del suo “No Direction Home” (2005) e di Todd Haynes in “Io non sono qui” (2007), il primo vincitore di un Peabody Award e il secondo di un Leone d’Oro. Mai come in quest’ultimo, il tentativo di ricostruire le tappe fondamentali della ricerca identitaria dell’artista, sfugge ad una concreta strategia, tanto che il regista utilizza come espediente sei diversi personaggi tra cui Richard Gere, Christian Bale e lo scomparso Heath Ledger, ognuno con il compito di rappresentare un aspetto diverso della vita e della musica di Bob Dylan. L’operazione si rivela azzardata e complessa, ma comunque molto creativa e in fondo veritiera; all’uscita del film si accompagna poi la conferma di un talento, quello di Cate Blanchett, dal fascino e di un’intensità degni di lode.

Dunque, per comprendere a fondo il senso delle sue canzoni o i discorsi alcolici come quello in cui si dichiarava vicino all’assassino di Kennedy, o anche il suo rifiuto di cantare a Woodstock, o il suo essere estraneo alla spettacolarità, pensiamo che la sopracitata filmografia e le dichiarazioni dei suoi contemporanei, possano costituire un buon punto di partenza. Bastano frasi come “il colpo di rullante, che apre Like a Rolling Stone, è il suono di uno che prende a calci la porta della tua mente e la spalanca”, pronunciata da Bruce Springsteen, a farci realizzare perché una moltitudine di giovani cercasse nei suoi testi le risposte alle istanze della propria coscienza. Sarebbe sufficiente leggere qualcuna delle sue dichiarazioni, come “Essere giovani vuol dire tenere aperto l'oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro” o come “Al contrario di quanto credono alcuni dei cosiddetti esperti, io non sono l'instancabile ricercatore di Dio sa cosa, che si è già preparato tutto da un pezzo, ed è pronto a percorrere qualsiasi strada”, per capire come possa, anche oggi Bob Dylan, conservare nel volto quell’aria di adolescente turbato, che nemmeno la paternità o gli anni hanno mai cancellato. Mentre per tutte le altre domande, quelle per cui forse si decide di ascoltare un disco di Bob Dylan o anche quelle per cui tanto si tormentarono i giovani degli anni ’60 e che nel tempo sono rimaste le stesse, il consiglio è ancora quello di una volta: lasciate stare i messaggi nei testi delle canzoni, diffidate di coloro che dopo averli fatti fuori chiamano ‘profeti’, semplicemente, cari amici fate come farebbe un vecchio poeta: ascoltatene le risposte nel vento.

Cecilia Sabelli

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