Viaggio in Paradiso – Recensione

Bravo Grunberg, già a fianco di Gibson in “Apocalypto” e “Fuori controllo”, che ripropone sullo schermo il Mel muscoloso e guascone: quello che ci piace di più, quello che funziona meglio

(How I Spent my Summer Vacation) Regia: Adrian Grunberg – Cast: Mel Gibson, Peter Stormare, Bob Gunton, Dean Norris, Scott Cohen – Genere: Azione, colore, 95 minuti – Produzione: USA, 2012 – Distribuzione: Eagle Pictures – Data di uscita: 1 giugno 2012.

viaggio-in-paradisoQuello diretto da Adrian Grunberg in “Viaggio in Paradiso”, sicuramente meno ironico del titolo originale “How I Spent my Summer Vacation”, è un Mel Gibson ritrovato che, lasciati, almeno per ora, i panni seriosi e un po’ troppo ambiziosi del regista impegnato, ritrova la verve di un tempo; quella verve che ha fatto di lui il famoso interprete di action-comedy anni ottanta: come non ricordare le strepitose pellicole di “Arma letale”?

Driver-Gibson è un ladro che ha appena compiuto una rapina milionaria, ma si ritrova con la polizia alle costole e un complice moribondo in macchina. Per sfuggire agli inseguitori si porta oltre il confine messicano, passando dalla padella alla brace: dei poliziotti corrotti s’impadroniscono del bottino e lo sbattono a marcire in una prigione decisamente particolare, che , per quanto possa sembrare fantasiosa, è la cosa più realistica di tutta la pellicola, forse la vera protagonista del racconto.

Il regista porta sullo schermo il carcere di ‘El Pueblito’, letteralmente ‘Piccola città’, realmente in funzione in Messico fino al 2002. Una sorta di città-prigione il cui scopo era quello di riabilitare il detenuto, permettendogli di vedere quotidianamente i familiari, in modo che la sua vita, seppur dietro ad un cancello, fosse il più possibile simile a quella che avrebbe vissuto a casa propria. Purtroppo l’iniziale funzione di recupero venne presto tradita, le stesse guardie carcerarie, al soldo dei detenuti più potenti, si piegarono alla loro volontà, così che i boss vivevano nel lusso sfrenato, e i detenuti comuni erano costretti a dormire all’aperto, gli uni addosso agli altri, peggio che in una qualsiasi casa di detenzione.

In questa sorta di suk infernale, con cambiavalute, negozi e persino locali, costruiti attorno ad una piazza centrale, Driver deve cercare di sopravvivere, sfilando i soldi necessari per non farsi mancare troppe cose, e relazionandosi quasi esclusivamente con un ragazzino di dieci anni, che lo aiuta a districarsi in questa realtà a lui sconosciuta.

Con “Viaggio in paradiso” si riassapora l’action d’altri tempi, dove gli ‘uomini duri’ sistemano le loro faccende scazzottando, e non sognano neppure di difendersi con le arti marziali. Un cinema dove se ti inseguono scappi, il più veloce possibile, e difficilmente riesci a saltare da un tetto all’altro. Non per questo mancano scene surreali, vedi la sparatoria al rallenty, simil-spaghetti western, all’interno del carcere, o il grande Mel che afferra al volo una granata per rispedirla al mittente. Esilarante poi la scena in cui Gibson imita Clint Eastwood.

Gibson, che ha anche collaborato allo script e prodotto la pellicola, ritaglia per se il ruolo da simpatico eroe coraggioso, e le sue capacità recitative non sembrano appannate dalle vicissitudini personali che hanno segnato fortemente la sua carriera: c’è aria di resurrezione!

Maria Grazia Bosu

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