Uno per tutti – Recensione

Uno per tutti – Recensione

  • Regia: Mimmo Calopresti
  • Cast: Isabella Ferrari, Fabrizio Ferracane, Giorgio Panariello, Thomas Trabacchi, Lorenzo Baroni, Irene Casagrande
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 85 minuti
  • Produzione: Italia 2015
  • Distribuzione: Microcinema
  • Data di uscita: 26 Novembre 2015

“Uno per tutti”: l’esordio di Calopresti nel noir

uno-per-tutti-recensione-jacopo-angeliniIn Italia sta succedendo qualcosa. Forse grazie alla rivalutazione del cinema di genere degli Anni 70 e a produzioni di serie come “Romanzo Criminale – La serie” e “Gomorra – La serie”, da qualche anno a questa parte storie come gialli, thriller, polizieschi e noir non sono relegate ai film-omaggio dei Manetti Bros. o a serie televisive di second’ordine, ma vengono raccontate dai registi più disparati in pellicole con budget importanti, o almeno più importanti del solito.

I produttori si sono accorti che, a finanziare bene una crime story, si ottiene un risultato riconoscibile e soprattutto vendibile. Solamente nell’ultimo anno e mezzo sono uscite opere come “Suburra”, “Anime nere” (che condivide con “Uno per tutti” il protagonista Fabrizio Ferracane), “Bolgia totale”, “Italian Gangsters” e sicuramente altre che sfuggono alla memoria di chi scrive.

Otto anni dopo “L’abbuffata”, Mimmo Calopresti torna a scrivere, dirigere e interpretare un lungometraggio cavalcando l’onda di entusiasmo generale per le crime stories e scegliendo di dedicarsi al noir. Calopresti ha adattato il libro “Uno per tutti”, edito da Sellerio e scritto dal giornalista Gaetano Savatteri.

Gil (Fabrizio Ferracane), Vinz (Giorgio Panariello) e Saro (Thomas Trabacchi), triestini di prima generazione di famiglie arrivate dal sud Italia, sono tre amici d’infanzia che si ritrovano trent’anni dopo il loro ultimo incontro. Non si tratta però di una rimpatriata: Vinz, diventato un poliziotto, sta indagando sul figlio di Gil, Teo (Lorenzo Baroni), sospettato per l’accoltellamento di un ragazzo. Dato che Gil e Vinz non riescono a parlarsi, spetterà a Saro fare da paciere. Il confronto fra i tre sarà pieno di astio e tensione a causa di un segreto che nessuno di loro vuole affrontare.

“Uno per tutti”, secondo le dichiarazioni del regista, avrebbe dovuto raccontare «una vera epopea dell’immigrazione e degli anni d’oro del boom economico». Dato che la produzione ha deciso di realizzare il film al risparmio la trama si è dovuta concentrare sul presente, gonfiando il plot noir e riducendo all’osso la parte dei ricordi, preponderante nel libro e nella bozza iniziale di Calopresti. La virata dovuta alle restrizioni del budget è palpabile.

Per i succitati problemi o per una precisa scelta in fase di sceneggiatura, riprese o montaggio, tutto quello che accade sullo schermo è detto e mai raccontato. Ogni minaccia, ogni dichiarazione d’amore o relazione di qualsiasi tipo è illustrata al pubblico semplicemente attraverso le parole e mai con le azioni. Sembra che la gelida Trieste in cui si muovono i personaggi di Calopresti sia riuscita a farli gelare, a renderli stitici.

Se il noir è popolato da tipi fissi che vengono sempre fortemente caratterizzati proprio per rifuggire lo stereotipo, la Trieste di “Uno per tutti” è abitata da uomini di cui non si sa assolutamente nulla. Nel noir si hanno industriali malvagi, poliziotti rassegnati e, più in generale, uomini tormentati; in “Uno per tutti” ci sono un industriale, un poliziotto, un uomo. Che siano malvagi, rassegnati o tormentati viene evidenziato in modo didascalico da una sceneggiatura zoppicante, puntellata da luoghi comuni e banalità. Durante la scrittura certamente sono stati presi a esempio capolavori come “Mystic River”, ma si è guardato al dito e non alla luna: l’influenza dei film d’oltreoceano si percepisce nel voler infilare a forza un ‘cazzo’ o un ‘vaffanculo’ persino in un dialogo in cui si sta tranquillamente discorrendo del panorama.

L’impoverimento del lessico sa di occasione ulteriormente sprecata nel momento in cui ci si ricorda che i tre protagonisti, essendo figli di immigrati dal sud, potrebbero essere dotati di una ricchezza espressiva e di una coloritura dialettale qui assente. Perché allora, ci si chiede, insistere così tanto sullo scarto tra Trieste e il sud? Con la scelta di appiattire le differenze linguistiche tra nord e sud, vecchi e giovani, ricchi e poveri, anche i tre soprannomi con cui si identificano tra loro i protagonisti suonano come artefatti e finiscono per assomigliare a quelli dei protagonisti di “Tre metri sopra il cielo”.

“Uno per tutti”: economia di mezzi e senso del vuoto

Il senso di superficialità che sovrasta il film viaggia da un comparto all’altro. Se la fotografia digitale di Stefano Falivene si uniforma a uno standard televisivo nelle scene ambientate nel presente, in quelle ambientate nel passato la color correction immerge tutto in toni di grigio così prepotenti da stancare l’occhio dello spettatore. Il montaggio di Valerio Quintarelli segue uno schema ripetitivo che già dopo qualche minuto si fissa su un ritmo e non lo abbandona più. A ogni cambio scena parte a volume alto un brano della colonna sonora che va a scemare fino a sparire in corrispondenza della fine della sequenza. Questa scelta impoverisce le musiche proposte da Max Casacci, uno dei pochi punti validi della produzione della Minerva Pictures.

La maggior parte degli attori, qui alle prime esperienze in una produzione ad alta distribuzione, viene abbandonata a sé in un insipido spontaneismo che schiaccia le pur buone performance di Ferracane, Trabacchi e soprattutto di Panariello, il più convinto e convincente. Discorso a parte per Isabella Ferrari, incomprensibile e inespressiva. In un clima da ‘buona la prima’, ad affondare la nave contribuisce in prima persona il regista, che si ritaglia il ruolo di onnipotente uomo del mistero. Questo personaggio, che dovrebbe rappresentare il male, appare semplicemente come un uomo che parla e, occasionalmente, sogghigna.

La mancanza di orpelli caratteristica dei lungometraggi di Calopresti in “Uno per tutti” si è tramutata in un’incuria che guasta ogni scena. Piccolo ma significativo esempio: alla fine di una scena di perquisizione di un’abitazione solo gli oggetti al centro dell’inquadratura sono disposti alla rinfusa. Spostando lo sguardo verso i margini dello schermo appaiono una libreria in perfetto ordine e quadri appesi al muro.

Resta il rammarico per l’esito dell’incontro tra un giornalista di inchiesta e un regista noto per il suo stile documentaristico, che avrebbe potuto generare un noir atipico, ancora più impietoso nei confronti dei suoi protagonisti. Resta anche l’impressione di opportunismo da parte dei realizzatori del film, che hanno preferito ricalcare sterilmente i topoi di un genere di moda piuttosto che dedicare maggiore cura alla storia che andavano a raccontare.

Jacopo Angelini

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