Un ragionevole dubbio – Recensione

Un thriller senza infamia e senza lode che punta sul sicuro, affidando a Samuel L. Jackson la parte più ambigua ed intrigante

(Reasonable Doubt) Regia: Peter Howitt – Cast: Samuel L. Jackson, Dominic Cooper, Gloria Reuben, Ryan Robbins, Erin Karpluk, Dylan Taylor, Philippe Brenninkmeyer, John B. Lowe, Will Woytowich, Jessica Burleson, Lane Styles, Dean Harder, Kelly Wolfman, Gabriel Daniels, David Duncan, Verity Marks, Chris Witkowski – Genere: Thriller, colore, 91 minuti – Produzione: Canada, Germania, 2014 – Distribuzione: Adler Entertainment – Data di uscita: 6 marzo 2014.

unragionevoledubbioRitorna sul grande schermo con “Un ragionevole dubbio” il regista Peter P. Croudins (pseudonimo di Peter Howitt, noto per aver diretto “Sliding Doors”), ma il risultato non è certo così degno di nota.

Il thriller racconta la storia di Mitch Brockden (Dominic Cooper), un giovane procuratore di successo di Chicago, diventato padre da poco, che si ritrova catapultato in un incubo a causa di una notte brava con i colleghi. Ubriaco al volante, Mitch investe un uomo, ma non lo soccorre, per cui il giorno dopo apprenderà la notizia della sua morte. Dell’omicidio è accusato però il misterioso Clinton Davis (Samuel L. Jackson), per cui il procuratore, roso dal senso di colpa, deciderà di farsi affidare l’accusa nel processo all’uomo, mescolando le carte e andando contro i propri interessi per farlo rilasciare.

Si riconoscono tutti gli ingredienti di base del thriller made in USA (anche se si tratta di una produzione tedesco-canadese): un’ambientazione fredda, grigia, periferica, un serial killer nascosto dietro l’apparenza di un normale cittadino, un giovane dalla vita perfetta che viene catapultato all’improvviso in un dramma, ma scopre di avere delle improbabili doti da detective che gli permettono di anticipare le mosse dell’assassino. “Un ragionevole dubbio” sa di già visto e cammina per questo, per tutti e 90 i minuti di film, sul filo della noia. Inoltre appare chiara l’intenzione di copiare lo stile di molte pellicole hollywoodiane.

La contrapposizione iniziale tra l’esistenza idilliaca di Mitch, con una bella moglie, un ottimo lavoro e una bebè appena nata, e l’incubo in cui piomba subito dopo per una disattenzione da irresponsabile, rappresenta un cliché tipico di molti thriller americani che vorrebbero spingere lo spettatore prima a provare empatia con la situazione felice e poi angoscia per i successivi sviluppi, instillando nel pubblico il dubbio che ognuna delle loro vite potrebbe prendere di colpo una piega drammatica. È vero, ci sono padri che incuranti dei doveri familiari e della fortuna avuta buttano via la loro esistenza per esempio guidando ubriachi o addirittura facendosi accusare di omicidio per omissione di soccorso; ma il fatto di ritrovarsi subito dopo in un dramma a tinte fosche, con un serial killer alle calcagna, non è così probabile nella vita di tutti i giorni e dunque non lo è neanche immedesimarsi nella storia, provando tensione. Si tratta perlopiù di trame inverosimili, costruite sulla base degli stessi schemi, senza un vero colpo di scena.

In un “Ragionevole dubbio”, ancora una volta, intravediamo l’ossessione della società soprattutto americana per l’omicida seriale della porta accanto, ma anche la paura di dover sopperire con forme di vendetta privata agli sbagli della giustizia statunitense, speriamo non così frequenti quanto sembrerebbe guardando questo tipo di pellicole. L’idea della giustizia privata che spesso spinge i serial killer a uccidere in maniera crudele, ergendosi ad angeli vendicatori, andrebbe abbandonata a favore di concetti nuovi o più intriganti.

Samuel L. Jackson si trova perfettamente a suo agio nel ruolo di Clinton Davis, un uomo dal passato tragico, accusato dell’omicidio di cui in teoria si è macchiato il procuratore, che sembrerebbe vivere un’esistenza tranquilla, ai margini, ma che si intuisce nascondere qualcosa di più. Aver scelto la star statunitense rappresenta una mossa furba da parte del team di produzione, che ha deciso di puntare su un attore navigato in materia di thriller, action movie e ruoli ambigui. Il fatto di averlo visto e rivisto in pellicole analoghe però affievolisce il carisma del suo personaggio, ne indebolisce i tratti inquietanti e svilisce la qualità dell’interpretazione di un attore che dovrebbe smettere di riciclarsi.

Dominic Cooper dal canto suo non riesce a reggere il peso della vicenda sulle sue spalle e risulta un po’ troppo monocorde; il suo personaggio non trasmette forza e fascino come avrebbe dovuto, ma anzi appare all’inizio solo squallido e vigliacco.

Pur non essendoci gravi lacune nel film, saper prendere gli elementi base di un thriller (musica incalzante e improvvisa, stacchi veloci, ambientazioni angoscianti) e saperli mescolarli non è un motivo sufficiente per considerare valida, di qualità, una pellicola. Manca la scintilla, quella punta di imprevedibile che riuscirebbe a far emergere questo genere di film nel denso caos delle grandi produzioni hollywoodiane.

Irene Armaro

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