Eco Del Cinema

Un mostro a Parigi – Recensione

Una graziosa storia in una suggestiva Parigi di inizio ’900, la stessa dei film di Georges Méliès e dei fratelli Lumière

(Un monstre à Paris) Regia: Bibo Bergeron – Cast: Vanessa Paradis, Gad Elmaleh, François Cluzet, Ludivine Sagnier – Genere: Animazione, colore, 90 minuti – Produzione: Francia, 2011 – Distribuzione: Sunshine Pictures – Data di uscita: 22 novembre 2012.

unmostroaparigiÈ una serata come tutte le altre, Raul, accompagnato da Emile, si reca per una consegna al laboratorio di un eccentrico scienziato all’interno di un enorme giardino botanico custodito in assenza del professore, dal suo assistente: una scimmia di nome Charles. Curiosando tra i sieri Raul innesca accidentalmente un miscuglio tra un fertilizzante e una miscela che agisce sulle corde vocali dando così vita inconsapevolmente ad una mostruosa creatura dalla voce soave. La creatura (Francoeur) non è che una piccola pulce ingigantita dalla reazione chimica, scappata dal pelo della scimmia. Impaurita, l’enorme pulce innocua vaga per la città terrorizzando i suoi abitanti per le sue dimensioni. In pochi giorni la creatura è su tutti i giornali, così braccata, si rifugia dietro le quinte del Club “l’Oiseau Rare” dove si esibisce la bella cantante Lucille.

“Un mostro a Parigi” ricorda quei film “vecchio stampo”, vuoi per l’ambientazione in una città secolare come Parigi, vuoi per la storia d’amore inserita nel racconto, vuoi per quel tocco di noir che si respira. Bibo Bergeron, creatore di “Shark Tale” e “The Road to El Dorado” come il suo compaesano Sylvain Chomet, (“Appuntamento a Belleville”, “L’illusionista”) ci catapulta fuori dalla realtà, scombinandone le leggi secondo una coreografia magica, che si manifesta in una visionaria presentazione della vita. Nel film si incrociano le occasioni perdute dagli innamorati timorosi di farsi avanti (il proiezionista Émile Petit, un omino piccolo ed insicuro) e il suo uso avventato ed improprio di macchine, apparecchi, sostanze chimiche, dal dirigibile a pedali alle pozioni che fanno crescere fiori alti come sequoie.

I disegni ricalcano lo stile di Chomet e, in moltissime occasioni, sembrano ridicolizzare molti aspetti della vita e dei clichè del popolo francese, iniziando con le misure extra large dei nasi e finendo ai tagli di capelli improbabili.

Il ballo ed il canto anche in quest’opera di animazione, innescano la fuga dal mondo, introducendo momenti in cui ci si dimentica la logica per abbandonarsi all’incantevole libertà del sogno, nella quale tutto è credibile: ad esempio la possibilità per un insetto di cantare e così trasformarsi in una stella del varietà, al fianco di una bellissima partner. Francoeur si affranca dal suo aspetto, poi neanche tanto spaventoso, e fa vedere agli uomini che nel suo petto batte un cuore di artista e di eroe. La narrazione e la sceneggiatura sono cariche di sfumature psicologiche e linguistiche, oltre che di riflessioni storiche e sociologiche: elementi ben sviluppati, ma forse un po’ troppo compressi all’interno di una trama scarna e tutto sommato convenzionale.

“Un mostro a Parigi”, è un lavoro comunque riuscito, a parte qualche piccola sbavatura data dalla modestia della trama destinata a un pubblico prevalentemente infantile. Lontano dal gigantismo e dalle costrizioni finanziarie dei concorrenti americani, è un opera che a testa alta può essere definita poetica, libera da eccessivi effetti speciali e capace di farci rivivere lo spirito della Belle Époque.

Una parola di riguardo va al doppiaggio italiano, apprezzabile il contributo di Raf nelle performance canore di Francoeur, Maurizio Mattioli (il burbero procuratore Maynott), l’esuberante Enrico Brignano alias Raul, Enzo Decaro (il piccolo Emile), Simona Borioni (la timida Maud). Non particolarmente brillante e forse un po’ monocorde, ad eccezione delle parti cantate, il doppiaggio della protagonista Lucille da parte della cantante Arisa.

Giulia Surace

Un mostro a Parigi – Recensione

Articoli correlati

Condividi