Tropic Thunder – Recensione

Tropic Thunder – Recensione

Per la regia di Ben Stiller, una commedia spassosa che prende in giro il mondo di Hollywood e delle grandi produzioni cinematografiche

Regia: Ben Stiller – Cast: Ben Stiller, Jack Black, Robert Downey Jr, Brandon T. Jackson, Tom Cruise – Genere: Commedia, colore, 107 minuti – Produzione: USA, 2008 – Distribuzione: Universal Pictures International Italy – Data di uscita: 24 ottobre 2008.

tropicthunderBen Stiller prova a fare il colpo grosso con la sua quarta fatica da regista e francamente ha tutte le carte in regola per riuscirci. Cast superstar, spettacolare dispiego di mezzi scenici quasi da blockbuster, sceneggiatura fulminante che diverte senza soluzione di continuità e perfino una serie di finti trailer iniziali sull’onda della moda lanciata dal “Grindhouse” di Tarantino. La storia è quella di una mega produzione hollywoodiana, impegnata nella realizzazione di un kolossal bellico ambientato nel Vietnam e tratto dal bestseller di un reduce mutilato, John “Fourleaf” Tayback (Nick Nolte).

Protagonisti sono cinque attori dal diverso background: Tugg Speedman (Ben Stiller), superstar di film d’azione che dopo una serie di flop commerciali sembra sulla via del declino, nonostante un premuroso ma poco acuto procuratore (Matthew McConaughey); Jeff Portnoy (Jack Black), protagonista di una pecoreccia serie televisiva a base di volgarità e flatulenze, che intende mostrare al mondo di essere un vero attore, pur nella sua latente tossicodipendenza; Kirk Lazarus (Robert Downey Jr), australiano, con ben cinque premi Oscar alle spalle e una tecnica che gli impone una totale immersione nel personaggio che è chiamato ad interpretare (in questo caso un soldato di colore); Alpa Chino (Brandon T. Jackson) cantante hip hop e testimonial di successo convinto di poter sfondare anche nel cinema; Kevin Sandusky (Jay Baruchel) giovane esordiente, unico del gruppo che sembra aver affrontato con serio scrupolo il copione assegnatogli.

Visti i problemi di coesistenza tra gli artisti “primedonne” e i costi di produzione fuori controllo, il regista decide di trasferire tutti dagli studios di Los Angeles alla vera giungla del Sud Est asiatico alla ricerca di un maggiore realismo. Quello che li aspetta non sarà finzione scenica, ma una feroce banda di narcotrafficanti che li ha scambiati per agenti della DEA.

Ben Stiller infarcisce la pellicola di citazioni prese dai Vietnam movies più conosciuti (“Platoon”, “Rambo” ed “Apocalypse Now”, tanto per citarne alcuni), giocando molto abilmente con l’effetto metacinema offerto dalla trama e con i luoghi comuni riguardanti vizi e capricci delle grandi star e il loro stuolo di assistenti personali tuttofare. Non potevano mancare le battutacce su omosessuali, donne e disabili, politicamente scorrette ma tutto sommato fisiologiche al primo risultato cercato in un film del genere: la risata di pancia.

Attorno ai protagonisti compaiono uno stuolo di guest stars che interpretano loro stessi in camei più o meno consistenti: da John Voight a Jennifer Love Hewitt, da Jason Bateman ad Alicia Silverstone. Discorso a parte merita Tom Cruise, la cui presenza nel cast è stata tenuta nascosta fino a quando delle foto di scena rubate hanno cominciato a girare sul web. Cruise, messa da parte per una volta la sua consueta seriosità scientologyana, veste gli abiti di un laido, cinico e volgarissimo produttore cinematografico, per di più calvo, grasso e dotato di uno strabordante vello pettorale. La sua performance, costellata da insulti irripetibili e assortite minacce pulp dirette a tutti coloro che lo circondano, rimarrà nella memoria, così come il suo improbabile balletto ammiccante e lascivo che scorre sui titoli di coda.

Vassili Casula

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