Tony Manero – Recensione

Tony Manero – Recensione

Il Cile di Pinochet logora lentamente il protagonista costringendolo, con i suoi divieti, a rifugiarsi nella fantasia morbosa di diventare Tony Manero e vincere un concorso televisivo

Regia: Pablo Larraín – Cast: Alfredo Castro, Amparo Noguera, Héctor Morales, Paola Lattus, Elsa Poblete – Genere: Drammatico, colore, 98 minuti – Produzione: Brasile, Cile, 2008 – Distribuzione: Ripley’s film – Data di uscita: 16 gennaio 2009.

tonymaneroSi può avere una totale ossessione per un personaggio di fantasia? Si può plasmare la propria vita, essere disposti a fare qualunque cosa pur di emulare il protagonista de “La febbre del sabato sera”? Sì, certo. O almeno questo è quello che vediamo in “Tony Manero”, seconda opera del cileno Pablo Larrain.

Siamo a Santiago del Cile, fine anni 70, nel pieno della dittatura Pinochet. Raul (Alfredo Castro) ha un unico scopo nella vita, quello di essere in tutto e per tutto uguale a Tony Manero, il ballerino che imperversa nei cinema, personaggio venerato al punto tale di essere disposto ad uccidere, rubare, commettere qualsiasi tipo di bassezza pur di vincere il concorso televisivo in cui si elegge il suo sosia. Questo, in sintesi, quello che succede nel film, ma, probabilmente, il vero protagonista di questa interessante pellicola è un altro, il Cile, di cui Larraín ci mostra il vero volto.

Il regime instaurato da Pinochet ha annientato il popolo cileno, che vive in uno stato di totale abbandono e degrado. Ogni libertà è negata, ogni tentativo di cambiamento annegato nel sangue, la dignità umana calpestata. L’unica cosa che rimane da fare è sognare. Sognare di andarsene in qualunque altro posto, di avere un’altra vita, di essere qualcun altro, Tony, ad esempio, perché “lui sa”. Solo questo anima il protagonista, l’intenso Alfredo Castro, che arriva ad identificarsi totalmente in Tony Manero, un eroe che ha raggiunto il successo partendo dal nulla, proprio come vorrebbe fare lui, commettendo però un grosso errore, come afferma il regista, cioè quello di: “credere che felicità e successo possano essere ottenuti imitando e sostituendo la propria cultura con un’altra”.

La voglia di evasione dalla misera vita che conduce lo ha anestetizzato, rendendolo assolutamente impassibile anche di fronte al più riprovevole dei gesti. “Tony Manero”, da qualcuno considerato, a ragione, un film di denuncia, ci rivela una società crudele ed assolutamente priva di scrupoli e anche se niente è mostrato o detto esplicitamente, lo sentiamo, lo percepiamo in modo così eloquente da renderlo più ‘efficace’ di un documentario.

Domenica Quartuccio

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