The Housemaid – Recensione

The Housemaid – Recensione

IM Sang-soo ci racconta le pene di una domestica in una famiglia borghese coreana

(Hanyo) Regia: Im Sang-soo – Cast: Jeon Do-yeon, Lee Jung-Jae, Youn Yuh-jung, Seo Woo, Park Ji-young, Ahn Seo-hyun, Hwang Jung-min, Moon So-ri, Kim Jin-ah – Genere: Thriller, colore, 106 minuti – Produzione: Corea del Sud, 2010 – Distribuzione: Fandango – Data di uscita: 27 maggio 2011.

thehousemaidNami, la primogenita di sette anni di una ricca famiglia borghese coreana, è in assoluto il personaggio più riuscito del racconto di IM Sang-soo, intitolato “The Housemaid”. Sguardo gelido e modi composti, questa miniatura in doppiopetto nero, ha lo spirito irresistibilmente cinico dei personaggi di Amèlie Nothomb, ma rispetto ad un padre impegnato ad estendere il proprio potere anche sulla domestica protagonista del film, e una madre appena diciottenne che invece cerca con insistenza di ucciderla, perchè incinta del marito, questa bambina conserva una tenerezza e un senso della verità ad essi sconosciuto. Non ci stupisce infatti che nel sequel, sempre firmato IM Sang-soo, sarà lei ad essere protagonista.

Ispirato all’omonimo classico della cinematografia coreana degli anni ’60, il film analizza, come nell’originale, l’eterno sentimento di umiliazione che il più debole finisce per provare dinanzi al più forte, stavolta adottando il punto di vista della domestica invece che quello del padrone. Rappresentato cinquant’anni fa come sensibile e tormentato dal senso di colpa, quest’ultimo si trasforma nella nuova versione in un uomo privo di scrupoli e gelidamente indifferente. Incarna, cioè, lo stereotipo occidentalizzato del potente della società coreana, che si rilassa facendo decantare il vino e ascoltando l’opera nella sua vestaglia di seta.

A dire il vero un ritratto difficile da analizzare nella sua concretezza reale per noi europei, che di ciò che accade tra Manciuria e Giappone siamo spesso inconsapevoli. Un film ugualmente interessante, che almeno sul finale ad effetto e sulle qualità artistiche della prescelta attrice protagonista, Jeon Do-youn, mette d’accordo critica e pubblico. Di certo è un’occasione per fare i conti con ‘vecchie storie’ di sesso e potere, che ormai archiviamo frettolosamente come clichès, ma che sono di una attualità sconcertante e ancora oggi ci fanno interrogare con ansia su come andrà finire. Ad ogni modo, non ci sperate: il clichè rimane clichè e al puro di cuore di turno occorre rimetterci le penne per non finire nelle file dei vinti.

Cecilia Sabelli

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