The End of the Tour – Recensione

The End of the Tour – Recensione

The End of the Tour: la canonizzazione critica di David Foster Wallace

  • Regia: James Ponsoldt
  • Cast: Jesse Eisenberg, Jason Segel, Anna Chlumsky, Mamie Gummer, Joan Cusack, Ron Livingston, Mickey Sumner, Becky Ann Baker
  • Genere: Biografico, colore
  • Durata: 106 minuti
  • Produzione: USA, 2015
  • Distribuzione: Adler Entertainment
  • Data di uscita: 11 Febbraio 2016

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Non occorre essere – o essere stati – avidi lettori di David Foster Wallace per poter apprezzare pienamente la proposta di James Ponsoldt: il film, pur essendo fondato su una verbalità pressoché assoluta, è costruito in modo tanto abile da raggiungere un’autosufficienza niente affatto scontata in questa tipologia di operazione narrativa.

L’inevitabile canonizzazione intellettuale di Foster Wallace è critica e indiretta, molto distante da una propugnata esaltazione: la visione del mondo dello scrittore, mediata da una riflessione poetica sempre in fieri, viene lasciata emergere spontaneamente, concretizzata nella conversazione e nel contrasto – di volta in volta camuffato o esibito – tra intervistatore e intervistato.

L’interpretazione di Jesse Eisenberg procede per sottrazione, riuscendo a trasmettere un senso di discrezione e a integrarsi pienamente nello stile simil – documentaristico che tratteggia il ritratto: la forte delimitazione spazio -temporale – compressa nei cinque giorni del 1996 durante i quali David Lipsky accompagna l’autore nel tour promozionale di “Infinite Jest” – accentua il grado di paradossale intimità, tra l’accurato sguardo domestico e la forzatura espressiva della particolare necessità giornalistica dell’incontro.

“The End of the Tour”: una necessaria mediazione mentale

Foster Wallace non è il soggetto, bensì l’oggetto della narrazione; questo implica un certo grado di voyeurismo, di infiltrazione, che la regia del film acquisisce e implementa, marcando schiettamente il grado di parzialità della rappresentazione e scomponendola nella compresenza di piani diversi: il confronto tra i due uomini propone una scissione netta tra la vita quotidiana  e la vita letteraria, in un vorticoso circolo di reciproca alimentazione.

L’immagine dello scrittore viene riflessa e deformata dalla prospettiva di Lipsky, di volta in volta contaminata da tendenze alla venerazione, tentativi di competizione, complessi di inferiorità intellettuale e necessità cronachistiche – riuscendo comunque, alla fine, a lasciare alla sua visione uno spazio di espressione pressoché intatto.

Il registratore, sempre in bella mostra, è una mediazione dialettica imprescindibile: la sua costante e acritica osservazione, che contiene già in sé l’embrione dell’allargamento mediatico e letterario di ogni conversazione, è una minaccia costante di mistificazione artificiale con la quale – e contro la quale – entrambi gli uomini, nei rispettivi ruoli, devono continuamente fare i conti.

Ciò che in misura maggiore comporta il buon esito dell’esperimento filmico di Ponsoldt è il delicato spostamento dell’asse del discorso: “The End of the Tour” è un film su un intellettuale, ma rifugge da ogni intellettualismo; il motore è messo in azione dalla tensione conflittuale che contrappone l’uomo al genio: nella mediazione di Lipsky, alter ego dello spettatore, ma anche e soprattutto nella profonda complessità di David Foster Wallace – inteso allo stesso tempo come l’individuo riflessivo, come la maschera sociale e come lo scrittore di “Infinite Jest”.

Marco Donati

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