Sopravvissuto – The Martian – Recensione

“Sopravvissuto – The Martian”: una passeggiata nello spazio

sopravvissuto-the-martianDurante una missione in corso sul pianeta rosso, Mark Watney, un astronauta specializzato in botanica, è dato per morto dopo una tempesta fuori dalla norma e quindi abbandonato dal suo equipaggio. Watney però è vivo, e ora è da solo su Marte. La prossima missione arriverà sul pianeta nel giro di quattro anni: l’astronauta deve riuscire a sopravvivere fino ad allora. I gradi più alti della NASA e la sua squadra cercheranno di aiutarlo a minuti luce di distanza.

I titoli di testa di “Sopravvissuto – The Martian” denunciano un evidente desiderio del regista: una lenta panoramica di un pianeta con il titolo che appare lentamente in sovrimpressione ricorda sin troppo bene allo spettatore la panoramica che apriva “Alien” (1979). Niente di più ingannevole: “Sopravvissuto – The Martian” è un’opera ottimistica in cui il protagonista non è mai realmente in pericolo di vita, è un eroe dall’incrollabile forza di volontà che può contare sull’aiuto dei più alti dirigenti della NASA e di una squadra che sarebbe pronta a sacrificare la propria vita pur di non perderlo durante l’abbandono del pianeta rosso. Tutti in “Sopravvissuto – The Martian” sono i migliori nel loro campo, tutti collaborano – al massimo discutono per poi arrivare a un accordo – e nessuno alza la voce: il lieto fine è persino annunciato nel discutibile titolo italiano.

“Sopravvissuto – The Martian”: un connubio tra amore per la scienza e amore per il cinema

La sceneggiatura di Drew Goddard, tratta dal best seller di Andy Weir, lascia poco margine di manovra al regista: tutti i dialoghi e i monologhi del film sono in realtà parafrasi di spiegazioni scientifiche delle mosse compiute dal protagonista per sopravvivere, una sequela di osservazioni e operazioni molto difficili da rendere su schermo senza annoiare lo spettatore.

Il regista di “Sopravvissuto – The Martian” è però Ridley Scott, uno che con i film ambientati nello spazio ha una qualche dimestichezza. Meglio ancora, Ridley Scott ha una grande dimestichezza con lo spazio, dove per spazio non si intende il cielo stellato o un pianeta diverso dalla terra, ma il contesto in cui far muovere i protagonisti. A settantasette primavere compiute, il regista britannico è ancora un maestro della composizione dell’immagine e dell’orchestrazione dell’azione. Aiutato da Dariusz Wolski alla fotografia e dal catanese Pietro Scalia al montaggio, Scott valorizza al massimo la scenografia di Arthur Max, suo abituale collaboratore, costruendo un percorso di ritorno a casa basato sulla verosimiglianza per il suo Mark Watney. Ogni scena si sussegue con logica alla precedente, tutto è chiaro e organizzato nelle inquadrature, fino al più minuscolo dei dettagli. La piccola figura dell’astronauta tra le dune è tanto funzionale alla narrazione quanto un primissimo piano, e così i 130 minuti della pellicola sembrano molti di meno.

“Sopravvissuto – The Martian”: assenza di gravità e presenza scenica

Ridley Scott dirige con precisione certosina anche Matt Damon. Laddove molti registi avrebbero cercato una facile empatia con la disperata situazione di Mark Watney spingendo Matt Damon ad apparire come un eroe il più tormentato possibile tra lacrime e preghiere, Scott fa interpretare all’attore premio Oscar un personaggio di una leggerezza inusuale, un cowboy dello spazio che mantiene il suo ottimismo e il suo spirito anche quando ha perso chili su chili a causa della scarsità di cibo.

Sopra ci si riferisce a Matt Damon perché tutti gli altri attori hanno davvero dei ruoli marginali e piuttosto stereotipati. Anche qui l’intelligenza di Ridley Scott (e delle direttrici del casting Carmen Cuba e Nina Gold) spicca: scegliendo attori di grande prestigio anche per il ruolo più insignificante tutti i personaggi sembrano possedere molto più spessore di quanto ne abbiano in realtà.

Sembra quindi che la forza di “Sopravvissuto – The Martian” sia nella peculiare combinazione di sceneggiatura scarna e regia dettagliatissima: il risultato è un film divertente che cerca di coinvolgere di scena in scena lo spettatore, senza arrivare mai a climax che in un contesto come quello descritto stonerebbero. Non appena infatti si prova a suscitare forti emozioni – in una scena in cui tutti i popoli del mondo attendono l’esito di una missione spaziale dalla piazze delle principali metropoli – la pellicola deraglia in un sentimentalismo trito. Fortunatamente si riprende con scene che il lirismo lo trovano nella loro semplicità. Nelle mani del Maestro Scott, una pesante cinghia da traino riesce a trasformarsi in un nastro da ginnastica ritmica.

Jacopo Angelini

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