Romanzo di una strage – Recensione

Romanzo di una strage – Recensione

Film bellissimo quello di Giordana, che con una pacatezza cinematografica figlia d’altri tempi accende i riflettori sulla bomba esplosa nella filiale milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura, passata agli annali come ‘la strage di Piazza Fontana’

Regia: Marco Tullio Giordana – Cast: Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Laura Chiatti, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Gifuni, Alessio Vitale, Claudio Casadio, Omero Antonutti, Giorgio Tirabassi, Stefano Scandaletti, Denis Fasolo, Giorgio Marchesi, Thomas Trabacchi, Michela Cescon, Giorgio Colangeli – Genere: Drammatico, colore, 129 minuti – Produzione: Italia, 2011 – Distribuzione: 01 Distribution – Data di uscita: 30 marzo 2012.

romanzodiunastrageGiordana racconta in modo lucido e preciso quei dolorosi anni tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, quando il nostro paese iniziò a subire la cosiddetta ‘strategia della tensione’, ossia la spirale di attentati che ha insanguinato l’Italia, screditando agli occhi del comune cittadino istituzioni divenute poco credibili.

Il racconto di questa triste pagina di storia ha come fulcro narrativo gli ultimi anni di vita del Commissario di Polizia Luigi Calabresi, le sue indagini sugli ambienti anarchici e le loro bombe dimostrative sui treni, il suo cordiale rapporto con uno di loro, Giuseppe Pinelli, la morte impunita di quest’ultimo, caduto giù da una delle finestre della centrale milanese durante un interrogatorio a seguito della strage in banca, i veleni che ne seguirono, fino all’assassinio di Calabresi, divenuto suo malgrado il capro espiatorio perfetto.

Ma “Romanzo di una strage” non finisce qui, mostra anche le collusioni tra stato e organizzazioni eversive, gli insabbiamenti, le indagini incrociate, le ferite non ancora sanate del nostro paese, grazie ad uno studio certosino di libri e documenti sui processi, sulle indagini istituzionali e su quelle giornalistiche, su quanto è trapelato in questi quarant’anni che ci separano da una vicenda terribile che ha segnato il paese nel profondo.

Giordana in un certo qual modo riabilita la figura del commissario, e anche quella di Pinelli, liberandosi da pregiudizi e vecchi retaggi di una politica malata che ha abusato del paese. Il film delinea in modo chiaro anche la figura di Moro, le sue amarezze, il suo piegarsi alla cosiddetta ‘ragion di Stato’.

Il regista non fa sconti, non mette dei sottotitoli esplicativi sul ruolo e sulla figura dei personaggi, come ha fatto Sorrentino ne “Il Divo”, e si allontana da uno stile troppo documentaristico come quello del “JFK” di Oliver Stone, realizzando un film cupo ma veritiero, dove c’è poco spazio per invenzioni narrative. Qui tutto quadra e per questo stupisce, è come se Giordana, assieme agli sceneggiatori Rulli e Petraglia, tiri le fila di un groviglio fatto di mezze verità e tante bugie.

Strepitoso Valerio Mastandrea nel prestare il volto a Calabresi, e Favino nel vestire i panni dell’anarchico Pinelli, senza dimenticare Fabrizio Gifuni che impersona Aldo Moro. Ma invero in questo film corale ogni attore dà il meglio di sé.

Tecnicamente la pellicola non nasconde il grande sforzo produttivo che ha alle spalle, Cattleya e Rai Cinema non hanno di certo risparmiato. Le scenografie ci riportano indietro negli anni, come i costumi, addirittura le camicie per Gifuni sono state confezionate dalla stessa sartoria che serviva Moro; ci sentiamo di perdonare la vista sul vetro di una cinquecento d’epoca dell’incisione del numero seriale, proprio di tempi più vicini a noi.

La fotografia poi eccelle, ammantando di cupo le immagini che scorrono sullo schermo, dipanando ad uso dello spettatore un periodo storico col quale ancora non abbiamo fatto i conti.

Quando si esce dalla sala è impossibile non portare con sé il senso di sconfitta, e anche un po’ di rabbia, per vivere nel paese dei processi che non hanno mai un colpevole da condannare, delle indagini insolute, dei misteri perpetui. Ma allo stesso tempo chi ama quest’arte e se ne nutre, non può che compiacersi per la godibilità della pellicola, nonché per la sua valenza informativa, rivolta a chi ha addormentato la propria coscienza, subendo, anziché vivendo, la storia del nostro paese, a chi ricorda male, a chi vuol sapere di più, ai giovani, troppo spesso ignari del nostro recente passato.

Il cinema non può essere solo intrattenimento, per questo ci piace chi come Giordana sa fondere il piacere della visione con una marcata coscienza civile.

Maria Grazia Bosu

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