“Regression”, la conferenza stampa con Alejandro Amenábar

“Regression”: presentato presso la Casa del Cinema di Roma il nuovo film di Alejandro Amenábar.

“Regression”: un horror-thriller dal premio Oscar Alejandro Amenábar

regression-conferenza-stampa

Nella cornice della Casa del Cinema di Roma si è svolta la conferenza stampa di presentazione di “Regression”, l’ultimo film del regista premio Oscar Alejandro Amenábar, che come al solito ha curato sia la sceneggiatura che la regia. L’incontro con il regista è stato moderato Francesco Alò, importante critico cinematografico, ed è stato possibile grazie alla traduzione di Bruna Cammarano.

La conferenza è cominciata con un ricordo di Francesco Alò, che ha raccontato ai presenti di un episodio avvenuto quando negli Anni Novanta era uno studente di cinema a Bologna. Alò ha narrato di come un giorno alcuni suoi colleghi gli avessero detto di aver trovato l’Hitchcock spagnolo nel regista di “Tesis”, il primo lungometraggio di Amenábar. Ciò che aveva stupito Alò oltre all’alta qualità del film a basso budget era il genere: un horror-thriller spagnolo non si era mai visto.

Si è passati subito alle domande: il primo recensore a prendere la parola ha chiesto ad Alejandro Amenábar come fosse cominciata l’avventura di “Regression”. Il regista ha rivelato che è cominciato tutto con la volontà di girare un nuovo horror-thriller dopo “Tesis”. Ben prima della realizzazione di “Agora” Amenábar ha cominciato una ricerca sulle sette sataniche e sui loro rituali. A questa ricerca è stato unito uno studio dei classici del cinema nordamericano degli Anni Settanta, grande fonte d’ispirazione per “Regression”. La produzione vera e propria di “Regression” è partita quando Amenábar si è reso conto di voler parlare dei demoni interiori dei personaggi piuttosto che delle spaventose entità che hanno sempre popolato l’horror.

Dato che Amenábar è un artista completo (sceneggiatore, regista, compositore e montatore) gli è stato domandato quale fosse la sua attività preferita fra le tante. Dopo aver puntualizzato che non è più un musicista da qualche anno, Amenábar ha rivelato che per lui la cosa migliore è essere sul set durante le riprese, in modo da interagire con tutti coloro che contribuiscono alla realizzazione del film. È risaputo che per alcuni registi il momento delle riprese è latore di stress; Amenábar, a suo dire, tira fuori il meglio di sé proprio quando è in mezzo ad attori e tecnici.

È stato poi chiesto al regista se la sua opinione sia più vicina a quella del personaggio di Ethan Hawke (Bruce) – che afferma che non esiste il diavolo, ma solo persone cattive – o a quella del reverendo, interpretato da Lothaire Bluteau, che afferma che l’esistenza del diavolo è quasi necessaria. Alejandro Amenábar ha risposto citando Guillermo del Toro. Secondo il regista messicano esistono due tipi di film sul diavolo: quello in cui il diavolo attacca dall’esterno e quello in cui il diavolo è all’interno dei personaggi. Amenábar ha preferito girare il secondo tipo di film e ha detto di condividere pienamente le opinioni di Bruce, essendo una persona molto razionale. La figura del reverendo è ispirata ai predicatori delle influenti chiese evangeliche, molto diffuse nel territorio degli Stati Uniti; è stata rappresentata sottotono e ridotta rispetto alla realtà per non distrarre lo spettatore. Non va dimenticato, ha aggiunto il regista, che tutti nel film sbagliano almeno una volta e che in questo caso sia i sostenitori della scienza che della fede collaborano per risolvere il caso.

“Regression”: un’opera stratificata in cui si rimane invischiati

In un momento di “Regression” si cita l’isteria di massa: un giornalista vi ha visto un riferimento agli episodi avvenuti a Salem. Amenábar ha assicurato che i fatti di Salem non sono stati presi come riferimento ma che comunque le due storie c’è hanno in comune una caccia alle streghe. Certamente quella del film è una caccia alle streghe più sofisticata, in quanto avviene anche attraverso i media.

Sono state citate anche le teorie di Milgram e di Freud riferite al funzionamento del cervello. Amenábar ha dichiarato che tutti noi crediamo che il cervello sia simile a un computer ma, almeno per lui, non è così. I ricordi sono fragili: ognuno ricorda in modo diverso ciò che è successo quando si parla tra più persone dello stesso avvenimento. Il regista ha dichiarato che la principale fonte di ispirazione per “Regression” è stato un lungometraggio poco conosciuto di John Huston, “Freud – Passioni segrete”. In “Freud – Passioni segrete” si tratta della fallacia di alcuni processi del cervello: durante la stesura del copione di “Regression” Amenábar ha ascoltato la colonna sonora di “Freud – Passioni segrete”.

regression-conferenza-romaFrancesco Alò ha preso la parola domandando ad Amenábar dove sia andato a pescare alcune immagini molto efficaci come ad esempio il cambio drastico di un personaggio solo attraverso una levata di cappello. Ha poi sottolineato come queste immagini rare e innovative si integrino perfettamente con quelle più classiche come le porte che sbattono al vento e gli alberi rinsecchiti e antropomorfi. Amenábar ha fatto i complimenti alla costumista Sonia Grande e all’attore (David Dencik) che interpreta il personaggio col cappello: quel momento è nato dalla collaborazione dei tre. Riguardo le altre immagini ha detto che quello che conta di più per lui è la resa di un’atmosfera, molto difficile in questo caso dato che Toronto, la città in cui è stato girato “Regression”, è soleggiata proprio come Roma e Madrid. Di grande aiuto sono state la perizia del direttore della fotografia e la sua volontà di voler giocare con i cliché del genere.

Un giornalista, notando che i personaggi di “Regression” compiono errori soprattutto grazie alla fiducia che ripongono negli altri, ha chiesto se la paura di sbagliare faccia parte del carattere del regista. Amenábar ha risposto che sbagliare è per lui fondamentale per crescere e imparare. Ha raccontato infatti dei suoi inizi, in cui la cosa che lo preoccupava di più era non essere rispettato sul set. Grazie ai suoi errori ha imparato molto e oggi è una persona molto più rilassata. Amenábar spera che tutti coloro che sono presenti sul set lo sfidino, collaborino con lui e magari gli dimostrino che sta sbagliando. Il film rappresenta in qualche modo un’equazione che fino alla fine non riesce ad essere risolta. Solo sul finale tutti possono crescere comprendendo i propri errori: è grazie a quegli errori che l’equazione può finalmente risolversi. Secondo il regista premio Oscar “Regression” altro non è che la storia di un errore.

Non è mancato ovviamente un riferimento ai recenti fatti di Parigi: un recensore ha infatti chiesto se alla luce di quello che è successo in Francia il pericolo sia oggi più reale. La risposta del regista è stata ovviamente affermativa. Amenábar ha detto che ciò che gli fa più paura oggi nel mondo è la volontà di molti di essere crudeli.

“Regression”: il ritorno di Amenábar sei anni dopo “Agora”

È stato chiesto ad Amenábar come mai siano passati sei anni da “Agora” e se si sia ispirato, per “Regression”, allo stile degli horror degli Anni Novanta, il periodo in cui la storia è ambientata. Il regista ha risposto che per lui non è passato molto, dato che gli anni trascorsi sono serviti a far sviluppare la storia in modo compiuto, a capire cosa raccontare e come raccontarlo. Ha rivelato che fino a qualche anno fa si sarebbe accontentato di girare qualsiasi cosa pur di vivere con il suo mestiere. Con gli anni si è però accorto che – essendo un regista e quindi dovendo esprimere se stesso – il passare del tempo, se impiegato a sviluppare le proprie storie, è una delle cose di cui gli importa di meno. A proposito delle influenze invece ha detto che i suoi modelli principali sono stati i film di Hollywood degli Anni Settanta. Amenábar ha citato “Tutti gli uomini del presidente” (1976), “L’esorcista” (1973) e “Il maratoneta” (1976). Lo stile di questi film gli ha suggerito una sobrietà di movimenti di macchina e di commento musicale. Amenábar ha anche confessato di aver cercato di inserire il meno possibile la colonna sonora nelle scene; per esigenze di vendibilità ha dovuto concedere molto spazio alla musica. L’atmosfera degli Anni Novanta a suo parere non traspare dalla tecnica, quanto dagli argomenti trattati: in quegli anni infatti negli Stati Uniti si parlava molto di sette sataniche e di rituali. Amenábar ha notato che oggi invece si parla molto di più di un Secondo Avvento.

Un giornalista, dopo essersi profuso in complimenti verso “Regression”, ha fatto notare come la qualità del film risieda nel non cercare l’effetto della paura nello spettatore, ma nel ricercare, insieme a chi guarda, quali siano le cause della paura. Amenábar ha raccontato che, parlando del film con Ethan Hawke, ha capito che all’attore non interessasse affatto spaventare mentre a lui piacesse molto fare paura e provarla da spettatore. Erano però entrambi d’accordo sull’intenzione di smantellare la paura, di dare la stessa importanza a razionalità e irrazionalità. Nelle volontà di Amenábar, nessuna delle due deve sovrastare l’altra in una buona storia: si può essere sì molto razionali ma bisogna sempre lasciare le porte aperte alla fantasia. Riflettendo sulla sua opera, il regista spagnolo ha capito che la sua filmografia è riassumibile in una domanda: “credi o no a quello che ti dico?”. Nel caso specifico di “Regression”, Amenábar ha voluto parlare, più che di capacità di ingannare, di volontà di credere.

A chi gli ha domandato perché abbia scelto Ethan Hawke e quale sia la fonte della sua rappresentazione delle scene riguardanti le sette sataniche Amenábar ha risposto dicendo che, nonostante non abbia mai pensato a nessuno mentre scriveva il ruolo del protagonista, è sempre stato un fan di Ethan Hawke (soprattutto grazie alla trilogia “Beyond” di Linklater) ed è stato fortunato ad averlo a bordo del progetto sin dalle prime fasi della produzione. I due hanno concordato di lavorare sul protagonista con un approccio minimalista, senza voler parlare del suo passato. L’identità di Bruce si sarebbe manifestata esclusivamente nei dialoghi e nelle relazioni con gli altri personaggi. Una chicca per gli appassionati da recitazione: Ethan Hawke ha stabilito per propria interpretazione una bizzarra linea guida sotterranea. Bruce, secondo il suo attore, è un uomo che dorme sempre. Sebbene questa proposta sulle prime abbia contrariato Amenábar, il regista ha dovuto poi ammettere la riuscita dell’interpretazione. Amenábar ha ribadito che la propria rappresentazione dei riti satanici si basa proprio sui cliché. È sua intenzione fornire allo spettatore immagini fortemente iconiche per fare in modo che chi guarda sia regista di se stesso e le colori come suggerito dal proprio inconscio.

L’ultima domanda rivolta in extremis ad Amenábar è stata sul significato dell’inquadratura finale di “Regression”: non ve la riveliamo ma vi suggeriamo che l’avete già vista in un altro suo film.

Jacopo Angelini

19/11/15

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *