Rapunzel – L’intreccio della torre – Recensione

Una produzione Disney raffinata, divertente e visivamente coinvolgente che si ispira alla celebre fiaba di Raperonzolo

(Tangled) Regia: Nathan Greno, Byron Howard – Cast: Mandy Moore, Zachary Levi, Donna Murphy, David Schwimmer, Gilbert Gottfried – Genere: Animazione, colore, 94 minuti – Produzione: USA, 2010 – Distribuzione: Walt Disney – Data di uscita: 26 novembre 2010.

rapunzelCon seducenti occhioni verdi, una fluente chioma dorata e un caratterino tutto pepe, Rapunzel conquista grandi e piccini. Nathan Greno e Byron Howard magistralmente ci mostrano come una stanza, quella nella quale da sempre è rinchiusa Rapunzel, possa essere percepita dalla protagonista grande quanto un mondo intero.

Il desiderio di scoprire la natura di strane luci nel cielo, porta Rapunzel a maturare un irrefrenabile desiderio di libertà, ovviamente negato dalla perfida strega Gothel, che l’aveva rapita da bambina, strappandola dalle cure amorevoli del re e la regina, per sfruttarne lo straordinario potere dei capelli, ed essere per sempre giovane e bella. Il legame tra le due è ben approfondito e gioca un ruolo fondamentale all’interno della storia, rendendo remoti i tempi in cui Biancaneve e Cenerentola erano brutalmente e palesemente sfruttate da Grimilde e Lady Tremaine.

In “Rapunzel – L’intreccio della torre” il rapporto tra figlia e matrigna è più complicato, raccontato con estrema delicatezza e con una sottigliezza che all’inizio confonde i più piccini. Quella che viene messa in scena è una vera e propria sindrome di Stoccolma, della quale la giovane Rapunzel potrà liberarsi solo dopo aver affrontato il mondo, insieme al suo nuovo compagno d’avventure: l’avventuroso e vanesio fuorilegge Flynn Rider. Nathan Greno e Byron Howard giocano con “L’intreccio della torre”, che vive della folta e magica chioma della quale Rapunzel è quasi schiava.

Le contraddizioni simboliche dei primi due terzi della pellicola, e cioè la principessa legata alla torre, ma con i capelli sciolti e poi libera nel mondo, ma con i capelli legati, si risolvono solo nell’ultima parte, con la recisione del legame malato con la malvagia Gothel e non solo. Fondamentale per ‘l’intreccio’ anche la ‘folta’ schiera di personaggi secondari, che animano l’intero film, regalando momenti di puro, esilarante divertimento.

Primi tra tutti Maximum, un intelligente, ironico e fiero destriero dell’esercito imperiale, seguito dall’iper-protettivo camaleonte di Rapunzel e da una ciurma di furfanti dall’aspetto bruto, ma dal cuore d’oro. Lo studio dei personaggi e la loro animazione sono, come sempre, curati nei minimi dettagli, tali da trasformare gli archetipi fiabeschi in caratteristiche macchiette che, soprattutto nelle scene d’azione, rendono la pellicola una vera e propria gioia per gli occhi. Grande attenzione per i protagonisti, infatti già in “La principessa e il ranocchio” avevamo visto Tiana lottare duramente per vedere realizzati i propri sogni.

Con “Rapunzel – L’intreccio della torre” la Disney fa di nuovo centro, proponendo un’eroina completa, attiva e determinata a raggiungere la propria felicità, senza compromessi. Anche in questo è evidente l’evoluzione della principessa Disney, che sa cosa vuole e non si accontenta di assecondare il destino che le viene incontro, in linea con il cambiamento sociale attuale, che dona alla pellicola un valore quasi pedagogico. Rivalutato anche il ruolo del protagonista maschile, che non è più un mero salvatore infatuato, ma un eroe che conquista la donna con la complicità di un uomo innamorato.

Ribadisce questa crescita un indugio registico sul 3D, volutamente mostrato, anche eccessivamente, in vista di un pubblico particolarmente sensibile alle novità, come quello dei più piccini. Non si può soprassedere sulle attente scelte cromatiche. All’interno della torre dominano i colori tenui, pastello, di un ambiente confortevole, in cui i movimenti di camera esaltano le altezze. All’esterno invece essa si muove con agilità, danza insieme ai personaggi ed esplora in lungo e in largo l’intero reame, dominato da colori brillanti e magnifici, capaci di coinvolgere empaticamente lo spettatore con il senso di libertà di Rapunzel. Magnifica la colonna sonora, all’altezza dei grandi classici. Immancabile l’happy ending con applauso, per il cinquantesimo film di animazione targato Disney.

Valeria Bartolini

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1 Comment

  1. Non mi chiamo

    Non avevo mai visto Rapunzel e reputo sia un capolavoro in quanto riesce a trasmettere qualcosa anche a persone adulte. Mi sono soffermata sui ruoli dei personaggi: la ‘finta madre’ ha avuto un ruolo molto interessante in quanto lei abbia agito pensando solo a se stessa e lo si capisce subito da quando raccoglie il magico fiore per sè. Molti di noi inconsciamente nella vita quotidiana facciamo emergere il nostro ego, dimenticandoci che anche chi è affianco a noi è speciale e importante. Rapunzel ovviamente è manipolata da una persona che la vuole solamente per sè (sempre a causa dell’ego) ma lei convinta che lo fa per proteggerla si lascia condizionare e mette da parte la sua vita. Ad oggi è raro trovare una persona che riesca a reggersi sui propri piedi senza lasciarsi condizionare, ma sopratutto è difficile ragionare con la propria testa. Il finale ovviamente non poteva concludersi in malo modo, ma comunque ha un tocco speciale, un gesto che racchiude l’amore: lui taglia i capelli a lei credendo di poterla salvare mentre lui ‘muore’. L’amore è proprio questo, mettersi da parte, ‘morire’ per salvare la persona che ami.

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