Presentazione di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, esordio alla regia per Gabriele Mainetti

Oggi in sala Petrassi (Auditorium Parco della Musica) si è tenuta la conferenza stampa di presentazione di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, film in concorso alla Festa del Cinema di Roma e primo lungometraggio cinematografico di Gabriele Mainetti. Presenti lo stesso regista e i membri principali del cast: Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli.

La passione per i supereroi e il fascino di Tor Bella Monaca

lo.chiamavano.jeeg.robotIl film lascia aperto lo spazio per un eventuale sequel; sollecitato, Mainetti non ha negato né confermato: se lo vedranno in tanti, chissà. La produzione di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, ha dichiarato, è stata frutto di tre anni di lavoro intenso in fase di scrittura e di lavorazione tecnica; il soggetto era pronto da parecchio tempo. La libertà creativa ed esecutiva che si è potuto permettere è da mettere in relazione con il fatto che si tratta quasi di una produzione indipendente: Rai Cinema ha fornito la spinta iniziale, lasciando poi che il progetto prendesse corpo nella forma desiderata.

In risposta a chi gli ha chiesto se abbia voluto accentuare il contrasto tra la particolare dimensione del genere filmico sui supereroi e il degrado di certa periferia romana, Mainetti ha voluto evidenziare come il quartiere di Tor Bella Monaca abbia un fascino tutto suo, particolare, con le palazzine stagliate nel verde che si prestano bene a una resa cinematografica. Il cinema è soprattutto la visione di un uomo in un ambiente, e proprio su questo aspetto si è molto lavorato: il protagonista Enzo, un criminale ai margini che si trova ad acquisire per caso una forza sovrannaturale, è determinato nella sua misantropia anche dall’ambiente degradato nel quale si muove; lo stesso vale per lo Zingaro, l’antagonista, con i suoi spazi pieni di armi e guinzagli e dominati cromaticamente da un rosso sempre ostile, e per il personaggio di Valeria, persa nelle fantasie delle sue turbe mentali e sempre associata a contesti molto colorati.

Un’identità drammatica profonda, oltre il citazionismo

Sollecitato a prendere posizione sul suo personaggio, Marinelli ha ammesso di essere stato conquistato immediatamente dalla qualità della sceneggiatura: si è divertito prima a leggere e poi a sviluppare fisicamente il personaggio dello Zingaro, scritto benissimo e forte proprio perché nel suo spirito anarchico espone una serie di fragilità; di qui è possibile anche un principio di immedesimazione, perché nessuno è cattivo e basta, c’è sempre qualcosa di più profondo sotto (sorge spontanea la comparazione con la sua interpretazione di Cesare in “Non essere cattivo”, l’ultimo film di Claudio Caligari).

Santamaria ha rivelato di essere stato da piccolo appassionato dai supereroi, in particolare Spider-Man: il rapporto tra Enzo e Valeria, con la seconda che spinge il primo ad aprirsi al mondo e portare una forma di aiuto con l’utilizzo del potere acquisito, sembra quasi un ribaltamento della relazione tra Peter Parker e Mary Jane, che comporta invece una rinuncia necessaria. Superman, ha detto, gli è invece sempre risultato antipatico: un dio in terra dovrebbe fare di più, disponendo di un potere simile; e in fondo Superman, ma più in generale ogni supereroe, potrebbe essere considerato alla stregua di un contatto ricercato con il sovrannaturale.

Il regista ha voluto rimarcare come il film non sia una semplice esposizione di genere, che se anche si volesse fare al modo degli americani avrebbe necessità di fondi e competenze ben diverse: il punto centrale è invece l’utilizzo di uno stile preciso per raccontare una storia, prevalentemente una storia d’amore inserita in un contesto di criminalità dilagante. Le citazioni fumettistiche e di genere – qui Mainetti ha dimostrato anche una certa dimestichezza con la materia, riportando le parole di Alan Moore sul discorso generazionale da applicare ai fumetti di supereroi – vogliono arricchire il racconto, ma certo non lo dominano: le scene di violenza sono volutamente eccessive, in stile cartoon, ma la volontà è stata sempre quella di raccontare una storia che avesse un’identità ben precisa e anche profonda, senza inutile edulcorazione.

Sul duello finale, che chiude coerentemente la struttura della narrazione, il regista ha voluto spendere parole di convinta giustificazione: il lavoro portato avanti per tutta la durata del film procede sempre più a un lavoro di sospensione dell’incredulità, che viene in qualche modo ripreso e valorizzato dall’esplosione finale.

Marco Donati

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