Predestination – Recensione

  • Regia: Peter e Michael Spierig
  • Cast: Ethan Hawke, Noah Taylor, Sarah Snook, Christopher Kirby, Madeleine West
  • Genere: Fantascienza, colore, 97 minuti
  • Produzione: Australia, 2014
  • Distribuzione: Notorious Pictures
  • Data di uscita: 1 luglio 2015

Predestination, tra personificazioni moltiplicate del sé e paradossi temporali

predestination-fotoLa complicazione derivante dal gioco dei paradossi temporali è uno dei topoi maggiormente riconoscibili del cinema di genere fantascientifico, e in questo senso “Predestination” aggiunge un ulteriore tassello al mosaico iconografico senza correre il rischio di destabilizzarlo: al di là di ogni criterio di veridicità e di ogni esercizio di logica che si possa oziosamente applicare alla materia, il viaggio nel tempo rimane una terra fertile di potenziali sbocchi narrativi.

Il nuovo film dei fratelli Spierig è basato su un racconto del 1959 di Robert Anson Heinlein dal titolo “Tutti voi zombie”. Prende le mosse dall’incontro tra due personaggi peculiari, un barista – che non è semplicemente un barista, bensì un agente temporale sulle tracce di un terrorista inafferrabile – e un avventore dai tratti somatici di difficile collocazione a livello di genere (nonostante l’interlocutore ne metta in rilievo, almeno a un primo impatto, l’indubbia mascolinità).

La struttura narrativa è bipartita, sebbene le due parti siano strettamente connesse in una consequenzialità piuttosto lineare, ma inevitabilmente paradossale, data la natura intrinseca degli sbalzi in periodi e contesti storici diversificati. Nella prima metà si gettano le basi solide dell’edificio narrativo, con l’avventore misterioso che espone la sua storia al barista: nata donna e immediatamente rimasta orfana, si cimenta da ragazza in test fisici e mentali per entrare a far parte di un’agenzia di viaggi spaziali, venendo scartata per questioni disciplinari; sedotta e abbandonata da un uomo senza identità, partorisce una bambina che però viene rapita nella culla dell’ospedale; dopo il parto viene a scoprire di essere in possesso di due organi genitali, uno maschile e uno femminile, ma il secondo è stato distrutto dalla fatica riproduttiva: non le resta che divenire uomo e intraprendere una nuova anonima vita. Scosso dal racconto, il barista si rivela e le propone un viaggio nel tempo per vendicarsi dell’uomo che le/gli ha rovinato la vita: si avvia così il secondo blocco narrativo, con intensificazione progressiva del ritmo e ripetuti salti temporali che lasciano evolvere la storia in modo frenetico e nevrotico, tra continui colpi di scena e rivelazioni epifaniche.

Identità e alterità in un blocco unico: riconoscere se stessi nelle personificazioni esterne

L’eccezionalità di “Predestination” non è certo nella trattazione dei paradossi temporali, in realtà puramente funzionali allo svelamento del vero tema fondamentale al centro del racconto, il riconoscimento, questo sì presentato in una forma del tutto peculiare e perturbante.

Al di là delle continue piccole svolte narrative che rendono la seconda parte del film assai più veloce e interessante della prima, sembra piuttosto feconda la trovata di una scomposizione individuale ramificata in una miriade di personificazioni esterne, tutte autogeneranti: la caccia portata avanti dal barista nei confronti di un folle terrorista, che sembra essere inspiegabilmente in grado di anticipare ogni mossa degli agenti temporali, si alterna al tentativo di vendetta dell’avventore del bar; le due trame divergono per poi convergere nuovamente e contribuire alla costruzione di un enorme puzzle dell’identità deflagrata e concretizzata in forme diverse, il cui contatto è dominato da specifici rapporti di potere – il potere appunto derivante dalla capacità di riconoscimento, ovvero dalla provenienza da una linea temporale più avanzata.

La trama del film è per ovvie ragioni piuttosto intricata, ma sempre retta nei binari di una linearità paradossale ma fedele. Ciò che sembra tuttavia più interessante è il senso perturbante apportato dal gioco dei riconoscimenti di sé, che sono sempre al tempo stesso riconoscimenti dell’altro che è in sé, seppure in forma non ideale, bensì corporea, materiale: una sorta di allegoria moltiplicata dello stato frantumato e alienato dell’individuo nell’età moderna, perfettamente funzionale a un’applicazione narrativa fantascientifica giocata sull’attraversamento discrezionale del tempo.

Marco Donati

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