Point Break – Recensione

Point Break: tecnologia avanzata e acrobazie esteticamente penetranti non sono abbastanza per far decollare il film e cavalcare l’onda del successo originale

  • Regia: Ericson Core
  • Cast: Luke Bracey, Clemens Schick, Ray Winstone, Edgar Ramirez, Teresa Palmer, Delroy Lindo, Tobias Santelmann, Bojesse Christopher, Matias Varela, Nikolai Kinski, Glynis Barber, Jaymes Butler, Judah Lewis, Jeff Burrell
  • Genere: Azione, colore
  • Durata: 114 minuti
  • Produzione: USA, 2015
  • Distribuzione: Eagle Pictures
  • Data di uscita: 27 gennaio 2016

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La rivisitazione di un cult intoccabile come “Point Break” potrebbe costituire essa stessa un pericoloso, quanto rischioso, ‘punto di rottura’ per l’avventuriero Ericson Core, temporalmente e stilisticamente lontano da quel 1991 che celebrò Kathryn Bigelow: 25 anni non sono bastati per appannare il carisma degli allora giovanissimi Patrick Swayze e Keanu Reeves, e dell’acclamata opera della regista californiana, che aggiunse un tassello importante nella sua storia da cineasta apprezzata e in quella dei cult movie statunitensi.

La spettacolare tecnologia del real 3D, l’eccezionale fotografia di Ericson Core, molto stimato come direttore della fotografia (prima di lanciarsi in modalità ‘fast and furious’ nella regia), e l’azione del nuovo “Point Break”, rendono questo remake un acrobatico blockbuster dal grande impatto visivo, un film d’azione tecnicamente robusto e funzionale se adeguatamente inquadrato nel canale dell’action adventure, così come è stato pensato da regista e produzione. Considerando che la pellicola è stata girata in undici paesi e quattro continenti, coinvolgendo alcuni tra i migliori atleti olimpici e stuntman del mondo, diventa facile capire dietro quale filosofia si nasconda il succo del film e da quale input sia nata l’idea del remake: la consapevolezza dei limiti dell’essere umano, la distruzione degli schemi e l’incontro/scontro con la natura, madre severa e massima espressione della libertà d’animo, mostrata in tutto il suo ‘pericoloso’ fascino.

La passione per la fotografia di Ericson Core è l’elemento trainante di “Point Break”, la veridicità delle scene acrobatiche appanna e offusca le caratterizzazioni dei personaggi, che rimangono anonimi in secondo piano

Sebbene Core abbia tentato di proporre, come da originale, un’ambientazione focalizzata sul ‘duello’ filosofico tra i due protagonisti, che affonda le radici nei differenti approcci alla vita, è chiaro sin dall’inizio che la vera protagonista del film è proprio la Madre Terra, in tutta la sua spettacolare bellezza. La macchina da presa pesa sulle spalle del regista, che troppo insistentemente gli predilige quella fotografica (è infatti anche direttore della fotografia del lungometraggio), e a farne le spese è tutto il lavoro. Le “Otto prove di Ozaki”, artificio stilistico creato ad hoc per il remake, ci mostrano paesaggi e inquadrature intense, strabilianti ed emozionanti imprese mai viste prima in una pellicola cinematografica, merito di una squadra di atleti tra i migliori al mondo negli sport estremi, e di una tecnologia che in questi anni si è andata sempre più perfezionando; ma tutto questo non è abbastanza e, se la profondità delle riprese riesce ad arrivare in punti inesplorati e inimmaginabili 25 anni fa, quella dei personaggi viene quasi totalmente annullata, facendoli risultare al limite dell’anonimato.

Le nuove mute da surfisti confezionate da Core per Bodhi (Edgar Ramirez) e Utah (Luke Bracey) sono troppo strette, i due attori risultano inadeguati per rendere quello spessore interpretativo che la Bigelow aveva conferito ai personaggi dell’originale, e il tonfo del regista nelle turbolente acque del box office americano è diretta conseguenza di questa mancanza. Una performance esteticamente ‘accecante’ che non solo non riesce a cavalcare l’onda del successo della pellicola datata 1991, ma nemmeno ad avvicinarcisi lontanamente.

Lampante il distacco di questo confusionario remake – basti ricordare l’affascinante poesia visiva e narrativa intrinseca nella caratterizzazione dei personaggi della pellicola della Bigelow – come per esempio nell’insulsa descrizione di un Pappas (Ray Winstone) che  nulla ha in comune con la carismatica verve di Gary Busey, ça va sans dire.

Point Break: emozionante e coinvolgente l’aspetto artistico, inquadrature mozzafiato da cardiopalma, ma non basta per reggere il film

Insieme a questa povertà descrittiva e all’anonimato nel quale galleggiano gli attori nel film, come i surfisti sull’acqua, quello che manca a “Point Break” è un ordine, a cominciare dal piano della banda criminale: una serie scriteriata di sequenze random buttate via in un’affollata ‘piazza cinematografica’, in quella che appare come una proiezione nata con l’intento e la speranza di sopravvivere, in termini di spettatori, alla concorrenza di colossi come “Star Wars”. Funesta complice la sceneggiatura di Kurt Wimmer, che perde il focus del film e delle sfide alla base delle azioni della banda, dimenticandosi di spiegarne i passaggi e attribuendogli una disordinata distribuzione temporale; il tentativo di legittimare le azioni criminali con una filosofia “do ut des”, un tête-à-tête con la natura per restituirle quello che viene illecitamente sottratto dall’uomo, rimane pallido.

Nulla da dire sugli effetti visivi, pochissimi quelli speciali, Core ha infatti prestato molta attenzione alla veridicità della componente artistica, circondandosi di veri professionisti per girare delle scene al limite del cardiopalma, tutte vere quanto estreme. Ma tra onde giganti, rapide discese, free climbing e wingsuit flying, si è smarrita la vera forza trainante del film, quell’intensità che, grazie a Patrick Swayze e Keanu Reeves, quasi trent’anni prima attraversava lo spettatore, coinvolgendolo nel poetico incanto che è la vita, con tutte le sue letture e differenti interpretazioni. “Point Break” sicuramente porta lo spettatore dentro lo schermo, sotto gli abissi marini e sulle inarrivabili cime innevate, con acrobazie catturate dalla cinepresa esattamente nella maniera in cui accadono; ma per questo forse, non bastava National Geographic?

Eleonora Di Giacomo

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