Piazza Vittorio (2017)

Piazza Vittorio- Recensione: Abel Ferrara racconta la sua Roma in un documentario anarchico come il suo cinema

Piazza Vittorio scena

Tra i portici di Piazza Vittorio a pochi passi da Stazione Termini vivono mischiati agli italiani migranti provenienti da zone diverse del mondo. Siamo nel cuore della Roma multikulti, dove fino a non molto tempo fa c’era un grande mercato pieno di odori e colori. In questo microcosmo, città nella città, vive da qualche anno il regista americano Abel Ferrara con la sua giovanissima moglie di origine rumena e la loro bambina di quattro anni. Il regista americano racconta a modo suo questo strano mondo, mettendo al centro voci e facce molto diverse tra loro.

Piazza Vittorio: un film che racconta il nostro presente tra luci e ombre

Inizia con una donna aggressiva, una signora molto nota a Piazza Vittorio il documentario di Ferrara che rende omaggio al quartiere della città che l’ha accolto. L’autore di tanti film importanti ha sconfitto i suoi demoni e ha trovato un suo posto, pur sentendosi sempre e comunque un immigrato. É questo il suo punto vista dichiarato palesemente. L’opera è una carrellata d’interviste. Parla un musicista afrobeat nigeriano, l’egiziano che ha il suo banco al mercato, il cantastorie griot, un immigrato che gli chiede soldi ma anche il regista e amico Matteo Garrone e l’attore William Dafoe, da diverso tempo a Roma pure lui.

Sullo schermo si avvicendano le immagini in bianco e nero della città che fu e tanta musica proveniente da ogni parte del mondo. Piazza Vittorio e zone limitrofe è un coacervo di umanità accomunata per lo più dalla difficoltà di sbarcare il lunario e di trovare un’identità. Ferrara riesce nell’impresa di dare un quadro a 360° di una piazza diventata sporca e degradata dopo un passato glorioso. Eppure, c’è tanta vita tra queste panchine mezze distrutte dove trovano posto anziane signore che guardano con benevolenza ai bimbi di colore che giocano a pallone intorno a loro.

Non così lontano, esiste Casapound, un centro sociale di destra che ospita varie attività culturali e famiglie in difficoltà. Abel ci entra con le sue telecamere e raccoglie le testimoniane di alcuni attivisti. Non giudica mai il regista e riesce a dare voce a persone molto diverse, apparendo e sparendo con maestria. Il risultato è un’opera vivida nei contenuti e volutamente sporca visivamente. I migranti raccontati nel documentario non sono solo persone ai margini. C’è anche Sonia, la padrona di uno dei più famosi ristoranti cinesi della città, che racconta di una rapina fatta ai suoi danni da “romani de Roma”.

Piazza Vittorio è un ritratto vivido di un’umanità in bilico tra passato e futuro

Apparentemente grezzo nella sua confezione, il documentario di Abel Ferrara riesce nell’impresa di tratteggiare il mondo colorito che gravita nel cuore del quartiere Esquilino. L’autore ci mette anche la sua vita privata, mischiandola nel caleidoscopio delle immagini e delle voci. Avrebbe giovato all’opera un montaggio più dinamico, ma in fondo i tempi della narrazione sono in sincrono con il luogo che si racconta. E si potrebbe dire che Piazza Vittorio è nel bene e nel male una perfetta metafora dell’Italia che viviamo.

Ivana Faranda

  • Regia: Abel Ferrara
  • Cast: Willem Dafoe, Matteo Garrone
  • Genere: documentario, colore
  • Durata: 82 Minuti
  • Produzione: Italia, 2017
  • Distribuzione: Mariposa Cinematografica
  • Data di uscita: 20 settembre 2018

Piazza Vittorio locandinaA tre anni dal film "Pasolini", la macchina da presa di Abel Ferrara si sposta da Ostia al cuore della Capitale, alla ricerca di un’integrazione sofferta ma ancora possibile. Un’opera fatta di immagini fugaci, interviste, cartoline dal passato, vite come tante; sullo sfondo, il crocevia multietnico di Piazza Vittorio.

Piazza Vittorio: uno sguardo sul melting pot all’ombra dell’Esquilino

Casalinghe, profughi, senzatetto, commercianti, ristoratori cinesi, degli inaspettati Matteo Garrone e Willem Defoe: nel microcosmo ripreso da Ferrara si susseguono realtà e storie diverse, con tutte le loro contraddizioni e peculiarità.

Il regista italo-americano indugia su gesti e voci, riprende vecchi filmati dell’Istituto Luce, ci mostra che il tempo non ha poi così tanto scalfito l’identità del quartiere. Una volta le famiglie meridionali, ora i migranti; prima le urla e la teatralità dei commercianti della piazza (sede di uno dei mercati più suggestivi di Roma), ora il ringhiare di militanti estremisti.

È in questo che Piazza Vittorio si fa palcoscenico: prova a rappresentare il mondo, a puntare i riflettori su problematiche stringenti, prettamente italiane.

Quello che Ferrara cerca di cogliere è il ‘paese reale’, la fetta di popolazione che prima percepisce la complessità della situazione nazionale, che somatizza i problemi. E lo fa col dialogo, lo costruisce con la parola, sonda il terreno: si avvicendano frasi violente, commenti razzisti, tenerezza, storie d’umanità e vagheggiamenti privi di pragmatismo. Una parola che diventa tanto più importante nel calderone di lingue differenti di Piazza Vittorio. Eppure il regista non dà effettiva risposta alle difficoltà del presente, non sbroglia la matassa; si limita piuttosto a registrare, a spennellare bozzetti di individui legati da un unico comune denominatore: l’essere emarginati, senza voce.

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