Padri e figlie – Recensione

Padri e figlie – Recensione

Padri e figlie: l’amore indissolubile di un padre per una figlia e di una figlia per un padre

padri-e-figlie-imgDopo “Quello che so sull’amore”, distrutto dalla critica d’oltreoceano e flop al botteghino, Gabriele Muccino si rimbocca le maniche e ritorna dietro la macchina da presa per una storia intensa e sentita, dalla quale traspare il miglior cinema del regista.

È la storia di Jake, romanziere di successo, cui presta il volto Russell Crowe, e di sua figlia Kate, dello straziante dolore per la perdita della moglie/madre, dei problemi psicologici di lui che lo inabilitano alla custodia della piccola, e della triste piega che prenderanno queste due vite sfortunate, lontane fisicamente ma non emotivamente.

Padri e figlie: flashbacks e flashforwards per riannodare le tormentate esistenze dei due protagonisti

Il susseguirsi di ricordi e anticipazioni nel narrare, permettono a Muccino di compenetrare le due esistenze, mostrando come certi dolori siano difficili da elaborare, e soprattutto come ciascuno di noi sia il risultato della propria infanzia, a tal punto che spesso una vita non basta per superare certi traumi subiti in tenera età.
Così, in un caleidoscopio di emozioni che avvolge lo spettatore e lo catapulta accanto a Jake e Kate, ritroviamo la poesia che aveva caratterizzato i primi film del regista, quell’indagare l’animo umano al punto da rimanerne quasi sopraffatto, senza che il regista rinunci a qualche piccola soddisfazione personale, come quando mette in bocca a Jake una certa insofferenza per recensioni e critici, o quando durante il dipanarsi delle vicende non manca di criticare l’America opulenta.

Padri e figlie: brilla la piccola Kylie Rogers

Un cast nutrito quello di “Padri e figlie”, dove a due premi Oscar mal utilizzati come Octavia Spencer e Jane Fonda, e ad un Russell Crowe a volte sopra le righe, fa da contraltare l’interpretazione eccezionale della piccola Kylie Rogers, già protagonista del televisivo “The Whispers” di Steven Spielberg, che a soli 11 anni si dimostra padrona del set e del mestiere. Le fattezze della Kate adulta, incapace di costruire un rapporto sentimentale stabile, sono quelle della brava Amanda Seyfried.
Bentornato Gabriele, il disastroso “Quello che so sull’amore” non ne ha indebolito lo spirito, e neppure la mano, che muove la macchina da presa con talento, confezionando un film sincero e mai banale, arricchito da quei bei piani sequenza coi quali il regista ha da sempre deliziato il suo pubblico.
Maria Grazia Bosu

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