Open grave – Recensione

Open grave – Recensione

“Open grave”, un horror filosofico che parla di identità perduta e ritrovata

Regia: Gonzalo Lopez-Gallego – Cast: Sharlto Copley, Erin Richards, Thomas Kretschmann, Josie Ho, Joseph Morgan – Genere: Horror, colore – Produzione: USA, 2012 – Distribuzione: Eagle Pictures – Data di uscita: 14 agosto 2013.

Terzo film prodotto dalla Atlas Indipendent e girato interamente in Ungheria, “Open grave” è un racconto incalzante incentrato su un personaggio che si sveglia, insanguinato e mal ridotto, in una fossa di cadaveri.

Una volta aiutato da una misteriosa figura, trova una baita e cinque sconosciuti al suo interno, che, come lui, non hanno la minima idea di cosa sia accaduto all’ambiente desolato che li circonda. Nell’accanita ricerca di una via d’uscita, i sei personaggi scoprono che potrebbero non essere soli.

Ad interpretare il protagonista senza nome è un bravissimo Sharlto Copley, perfetto per questo ruolo; mentre la ragazza cinese muta che sa molto più di quanto tutti possano immaginareè Josie Ho, a cui va una nota di merito per la sua performance.

Il registro della storia, girata dal promettente Gonzalo Lòpez – Gallego, è quello del giallo: piano piano vengono messi insieme i pezzi che compongono il mistero dietro a questa fossa di cadaveri e ai protagonisti. C’è un uso quasi eccessivo di inquadrature dall’altro e dal basso e spesso i flashback sono presentati tramite soggettive. Questo perché “Open grave” è un film che gira intorno a questioni filosofiche come l’identità e la responsabilità: ogni personaggio deve riscoprire chi è in realtà e affrontare il suo passato.

“Sento che potrei aver fatto cose di cui non andavo fiero” sono le parole che il protagonista dice per esplicitare l’incubo del sospetto costretto a portarsi dietro per tutta la durata della pellicola, garantendo una totale suspence.

Il film risulta avvincente, non è da cardiopalma, come ci si aspetta normalmente da un horror, ma riesce comunque a coinvolgere lo spettatore, reggendosi su una coerenza narrativa perfetta, merito dei due sceneggiatori Eddie e Chris Borey.

Manuela Santoni

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