Oldboy – Recensione

Spike Lee porta sul grande schermo la sua interpretazione di una storia di violenza e vendetta, resa leggendaria da Chan-wook Park

Regia: Spike Lee – Cast: Josh Brolin, Elizabeth Olsen, Sharito Copley, Samuel L. Jackson, James Ransone – Genere: Drammatico, colore – Produzione: USA, 2013 – Data di uscita: 5 dicembre 2013.

oldboy2013Dopo aver conosciuto il capolavoro di Chan-wook Park, si potrebbe pensare che qualunque nuovo “Oldboy” non possa che essere deludente. Spike Lee ci fa cambiare idea perché, a distanza di otto anni, riporta sul grande schermo una storia cruenta, senza che questa sembri solo una copia malriuscita dell’ineguagliabile lavoro coreano.

La trama rimane piuttosto fedele all’originale e ruota attorno al dirigente pubblicitario Joe Doucett (Josh Brolin), tenuto prigioniero per vent’anni in un bizzarro motel e costretto, una volta libero, a confrontarsi con una terribile verità.

Lee rilegge, a modo suo, la vendetta e la violenza che circondano il protagonista e inserisce questi istinti umani in un contesto americano, ma fa in modo che esso non metta mai in secondo piano il vero centro della pellicola: gli impulsi primordiali dell’uomo che vanno oltre ogni luogo e ogni tempo. Più che nell’intreccio sorprendente, il cuore pulsante della storia sta nell’evoluzione di Doucett. Il pubblicitario si spoglia, via via, dei retaggi culturali che lo rendono un uomo in senso civico e si riduce a un groviglio di pulsioni animali che, però, non lo esimono dal cercare una via di redenzione.

La prigionia costringe il protagonista a una lunga solitudine che termina solo dopo l’incontro con Marie Sebastian (Elizabeth Olsen), un’infermiera volontaria che affianca Doucett nel suo viaggio alla ricerca di risposte. Accanto a lei e ad altri personaggi, presenti già nella pellicola originale e opportunamente rivisitati, Lee porta nella storia nuove figure, alcune delle quali sono ricavate direttamente dal manga di Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegischi, a cui lo stesso Chan-wook Park si è ispirato.

Tra queste, la più interessante è quella di Edwina Burke, Preside della scuola d’infanzia di Doucett. La donna, con il suo racconto, comincia a definire i tratti di un passato dimenticato, un passato che si materializza fisicamente. I ricordi diventano scene che scorrono sotto gli occhi di Joe e si mescolano con il presente, mentre il desiderio di vendetta scivola sempre più verso il senso di colpa e il bisogno di espiazione.

Il tormento feroce di un uomo afflitto da una prigionia fisica e mentale, ai limiti della sopportazione, arriva allo spettatore grazie all’interpretazione di Brolin che si cala molto bene nella parte, senza però riuscire a raggiungere l’espressività di Choi Min-sik, protagonista della pellicola coreana.

La durezza della storia è, comunque, accentuata dalle scene di torture e combattimenti ma soprattutto da un uso intelligente della ripresa e del montaggio. La macchina da presa focalizza sui dettagli e passa ossessivamente in rassegna i volti, i corpi e tutti gli oggetti della stanza del motel che si alternano vorticosamente. Il risultato è una sensazione di ansia e claustrofobia che riflette lo stato d’animo del prigioniero.

Con questo difficile lavoro, Spike Lee recupera tutti i temi affrontati da Chan-wook Park: il confronto con il passato, la famiglia, l’isolamento, la colpa, la vendetta, la purificazione. Li reinterpreta e li sbatte in faccia allo spettatore come un pugno, senza tradire le aspettative dei fans del vecchio “Oldboy” che, come ha affermato lo stesso regista, desiderano “qualcosa di diverso, ma allo stesso tempo vogliono che sia reso omaggio alla storia originale”.

Valeria Gaetano

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