Oculus – Recensione

Oculus – Recensione

Oculus: un buon horror low budget sul potere dell’immagine

Regia: Mike Flanagan – Cast: Katee Sackhoff, Karen Gillan, Brenton Thwaites, Rory Cochrane, James Lafferty, Annalise Basso, Garrett Ryan, Miguel Sandoval, Katie Parker, Kate Siegel  – Genere: Horror, colore, 105 minuti – Produzione: Usa, 2013 – Distribuzione: Relativity Media – Data di uscita: 10 aprile 2014.

oculus-defQuali sono i fattori che fanno sì che un horror sia definibile un buon film? In “Oculus”, l’ultimo lavoro del regista emergente Mike Flanagan, la cui magia consiste nel confondere passato e presente, realtà e fantasia, grazie a un sapiente gioco di luci e di montaggio. Un film che, seppur girato a basso costo, in tempi record (24 giorni) e con pochissimi mezzi, può tener testa a tanti altri lavori in cui è stato fatto largo uso di espedienti costosi, quali ad esempio la tecnologia 3D o la computer grafica.

“Oculus” prende spunto dal precedente lavoro di Flanagan, un cortometraggio omonimo girato nel 2005, con soli 2.000 dollari. Acclamato dalla critica internazionale al Toronto Film Festival, il corto aveva la particolarità di essere ambientato interamente in una stanza bianca e di essere stato interpretato da un solo attore. Anni dopo, il regista decide di riprendere l’idea alla base del vecchio progetto e di trasformarlo in un lungometraggio, che stavolta avrà per protagonista una famiglia che ha appena traslocato ed arredato casa. Tra nuovi acquisti fatti da Marie Russel (Kate Sackoff), moglie di Alan Russel (Rory Cochrane), spicca un antico specchio, carico di influssi malefici che distrugge tutto ciò che lo circonda e conduce gli uomini alla follia,  spingendoli a compiere atti lesivi verso se stessi e gli altri. Specchio che sarà responsabile della tragedia che si consumerà all’interno del piccolo nucleo familiare e che anni dopo spingerà la giovane Kaylie (Karen Gillan) ormai cresciuta, a rimettersi sulle sue tracce, per tentare di distruggerlo e di dimostrare l’innocenza del fratello Tim (Brenton Thwaites), ritenuto responsabile della morte dei genitori.

Dal punto di vista stilistico, il regista ancora una volta predilige la semplicità: pochissime volte si serve del carrello e del dolly. All’interno del film vengono riproposti alcuni cliché tipici degli horror (inseguimenti, effetti sorpresa, suspence, spiriti maligni, etc.), sebbene questi non vengano portati all’esasperazione come avviene di solito in questo genere cinematografico. In compenso gioca molto con i dispositivi luminosi e visivi, dai più semplici (ma non per questo meno inquietanti) come lo specchio a quelli tecnologicamente più complessi.

Un film dunque metalinguistico che sonda la capacità dei dispositivi multimediali e visivi (gli schermi dei computer, la videocamera del cellulare, la telecamera portatile e le macchine da presa professionali) di rendere la realtà attraverso un continuo gioco di specchi e di rimandi visivi.

Specchiarsi vuol dire mettersi di fronte a se stessi, analizzarsi, misurarsi, valutarsi. Riprendere significa cercare di catturare una parte dell’universo che ci circonda, che ci ha colpito, per poi rivederla o mostrala a qualcun altro (a un pubblico in una sala cinematografica ad esempio). Ma per quanto la nostra immagine riflessa possa essere fedele alla realtà, per quanto ciò che è stato ripreso corrisponda alla verità dei fatti, cosa è realmente accaduto e cosa ha elaborato la nostra mente? I meccanismi psicologici alla base del pensiero umano sono molto più complessi, e il cinema di Flanagan ci racconta questa magia attraverso il suo apprezzabile lavoro di regia.

Giuseppina Calvaruso

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