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Non pensarci – Recensione

“Non è che se uno non se ne va dal posto in cui è nato diventa alla fine…scemo?”

Regia: Gianni Zanasi – Cast: Valerio Mastandrea, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Caterina Murino, Paolo Briguglia – Genere: Commedia, colore, 109 minuti – Produzione: Italia 2007 – Distribuzione: 01 Distribution Data di uscita: 4 aprile 2008.

nonpensarciUn trentacinquenne cantante rock (Valerio Mastandrea) un po’ sfigato e un po’ stanco torna dopo tanti anni a casa in quel di Rimini (ma potrebbe essere una qualunque città italiana “minore” e provinciale) per cercare di trovare nella famiglia il sollievo a un senso di frustrazione e irrealizzazione esistenziale che lo affliggono ormai da tempo.

Troverà solo il sistema che aveva lasciato anni prima ancora più in crisi con tutti i suoi protagonisti goffamente disperati e infelici. Il film, impreziosito da un ottimo cast (Giuseppe Battiston, Anita Caprioli, Caterina Murino, tra gli altri, e Stefania Sandrelli nel ruolo della madre) e dagli attori in armonia perfetta tra loro, solo apparentemente richiama la classica commedia italiana, poiché in realtà, con un uso accorto e consapevole degli stilemi comici classici, evita macchiette e stereotipi, e mescolando un registro alle volte di un cinismo morettiano a un’analisi sociologica dei fatti che si distacca dal “narrato”, senza mai però far sì che la narrazione diventi davvero impersonale, od onnisciente, e dunque ottenendo sempre un effetto di empatia nello spettatore, evita che ci si compiaccia delle differenze quando non proprio si rida delle sfortune altrui, come avviene per la commedia.

Ciò che è chiaro e che dà pregio al film è che Mastandrea alla fine non solo non riuscirà a trovare rifugio nel nido che negli anni si è dissolto (o forse addirittura era solo una proiezione di quando si era bambini?), non solo non troverà risposte nei suoi familiari, ma sarà lui stesso attraverso il suo ritorno a rappresentare un’occasione di confronto e di analisi dolorosa di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, dove il figlio strano, diverso, che aveva abbandonato la famiglia dando la possibilità di estromettere da noi stessi tutto ciò che non ci piaceva, e che ritorna, ci chiede conforto attraverso un pezzo di quel sistema rassicurante che anni prima proprio lui aveva deciso di mettere in discussione: e scoprire che il più saldo, il più maturo, il più in equilibrio e in grado di svolgere a seconda delle richieste un ruolo e corrispondere a ciò che più ci si aspetterebbe da un familiare è proprio Stefano, è proprio il figlio-fratello che aveva deciso di andarsene tanti anni prima.

Non c’è lieto fine dunque nel senso che tutti i limiti e i difetti e le tristezze e le malinconie e le piccole meschinità e la mediocrità di certi tratti dei personaggi non sono stemperate da nulla, se non dall’ironia, che comunque pervade tutto, ma che non risolve. È vero però che il regista usa un tono molto indulgente infine, non sale in cattedra e non lascia mai soli i suoi personaggi; non che li perdoni, non è questo di cui c’è bisogno, ma in qualche modo prova per loro un bene che è quello di chi magari scrivendo la sceneggiatura ha raccontato forse parte della sua esperienza e sa che è solo realizzando se stessi, esprimendo se stessi e non pretendendo dagli altri una qualità di vita che non si ha che si riesce a stare in pace e ad accettare davvero chi ci circonda, e ad apprezzare quello che ci viene dato, senza aspettative, e senza troppe delusioni.

Una colonna sonora intelligente e molto eclettica, che spazia dal punk all’opera, per un film che vale nel senso che ha uno spessore, ha sostanza, i personaggi sono intensi, le situazioni ben tratteggiate, privo di retorica, virziniano quanto basta; poche macchiette, autentico, semplice, poetico nel suo essere, a suo modo, minore, proprio come le città di provincia di cui dicevamo (e difatti ricorda Virzì anche in questo: quale città è meravigliosamente più “Minore” di Livorno?).

Prendiamo una scena su tutte: siamo ancora all’inizio, e a Mastandrea hanno chiesto di andar a prendere i nipotini e portarli a far un giro: probabilmente Stefano vuole in un certo senso risultare anticonformista e assume un atteggiamento provocatorio, chiedendo ai bambini “Ma non vi rompete i coglioni, così, in generale?? […] Voi non viene mai voglia di andare via di qua?anche a venti chilometri da qui ci possono essere delle cose diverse, no? Non è che se uno non se ne va dal posto in cui è nato diventa alla fine…scemo?”

Ma il modo in cui lo fa risulta essere del tutto adolescenziale, velleitario e polemico come solo un bambino cresciuto osa; egli si mette sullo stesso piano dei nipotini, e cerca di sfidare le loro certezze di bambini appunto, e cerca di indurli a credere che quel gelato che stanno leccando sia solo un palliativo a una vita grigia, non pensando naturalmente all’inconsapevolezza e anche alla mancanza di un principio di eventuale disagio, quale non si prova in tenera età.

Mastandrea è in questa scena spudoratamente infantile e provocatorio: il regista non gli affida il ruolo di quello che va a ridestare gli animi intorpiditi dei familiari provinciali esercitando un tipo di giudizio morale o provocando per ferire, tutt’altro: anche lui è, a suo modo, sciocco, intrappolato dai suoi stessi difetti in un ruolo, un destino, e però il suo è un modo innocente di “sbagliare”, è il modo dei bambini capricciosi e dispettosi, che non son cresciuti perché in un certo senso nessuno ha spiegato loro che quelle regole di comportamento che venivano dall’alto e che sembravano in qualche modo ci chiedessero di sacrificare la nostra natura sull’altare dell’accettazione sociale e che sembravano e forse sono davvero un po’ brutte, in realtà avrebbero potuto loro essere d’aiuto, in quanto “utili”.

Nessuno ha insegnato loro appunto l’utilità, l’opportunità di un piccolo compromesso con la vita, e ha imposto invece solo la giustezza, l’impossibilità di scelta di fare altrimenti, senza spiegarcene i vantaggi. E allora poi uno si ritrova sconfitto dai suoi stessi sbagli, dal fatto che ha preferito far finta di non dover crescere, anziché affrontare la durezza della vita. E allora poi uno si ritrova a trentacinque anni a fare i conti aiutato però da quella corazza fatta di quello spirito adolescenziale un po’ ribelle un po’ goffo ma certamente incantato che ti irradia da dentro e che strappa un sorriso suscitando profonda, profondissima benevolenza.

Laura Fiorelli

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