My Name Ain’t Johnny – Recensione

My Name Ain’t Johnny – Recensione

Un ragazzo bene della borghesia di Rio de Janeiro cade vittima della cocaina, trasformandosi da spacciatore di successo a uomo fallito

(Meu Nome Não é Johnny) Regia: Mauro Lima – Cast: Selton Mello, Cleo Pires, Julio Lemmertz, Cassia Kiss – Genere: Drammatico, colore, 128 minuti – Produzione: Brasile, 2008.

mynameaintjohnnyIl Brasile che si droga non è solamente quello delle favelas nere di “City of God” o di “Tropa de Elite” dove crack e colla scorrono a fiumi condannando a morte generazioni di ninhos. C’è anche una Rio de Janeiro bianca, inteso sia come colore della pelle che come cocaina, un tempo stupefacente di lusso per uomini di affari e star dello spettacolo, oggi carburante a buon mercato e socialmente trasversale.

E infatti João Estrella (Selton Mello) è un ragazzo della media borghesia carioca: abita in un bell’appartamento vicino alla spiaggia, tifa Vasco da Gama, surfa ad Ipanema e ha poca voglia di studiare. Dopo le prime esperienze con la marijuana, João si sposta verso la polvere bianca, compagna irrinunciabile degli infiniti festini che organizza a casa propria, complice anche un padre malato e poco presente ed una madre che presto decide di andarsene di casa. Quasi per caso João da consumatore assiduo diventa anche spacciatore approfittando della ampia cerchia di conoscenze createsi con la sua vita da festaiolo incallito.

Pusher richiestissimo è ora in grado di pagare poliziotti corrotti e viene individuato da trafficanti internazionali come corriere affidabile anche per spedizioni in Europa. Condivide la sua vita la bella Sofia (Cleo Pires) che si gode gli agi, l’infinità disponibilità di “neve” e la simpatica sbruffoneria di Joao. Tradito da un suo ex cliente Joao viene arrestato alla vigilia di un carico per la Spagna e finisce in prigione abbandonato dalla fidanzata ma non dalla madre.

Riuscendo a dimostrare l’assenza di un’organizzazione ramificata alle spalle e una sua quasi infermità mentale data dalla tossicodipendenza, otterrà una mite condanna da scontare in un ospedale psichiatrico. L’esordiente regista Mauro Lima dirige un lungo e coinvolgente affresco sull’ascesa-crollo-redenzione di un cocainomane che ricorda, e non poco, il fortunato “Blow” del 2001.

E come il film di Ted Demme, “Meu Nome Não é Johnny” si infiacchisce nella lunga parte dedicata alla detenzione in carcere prima e in manicomio poi. Tuttavia riesce a non cadere nella trappola del facile moralismo e anzi dissemina qua e là siparietti comici con personaggi di contorno che interrompono la tensione e contribuiscono a dare di João l’immagine di un giovane disincantato e dalla battuta brillante, che non mira ad arricchirsi e a diventare potente, ma solamente a divertirsi e fare la bella vita distribuendo con generosità alla fidanzata e agli amici i proventi dei suoi traffici.

Il film, campione d’incassi nell’ultima stagione cinematografica brasiliana, è tratto da un libro biografico di Guilherme Fiúza e racconta una storia vera. Il 46enne João Estrella è oggi un famoso organizzatore di eventi e ha da poco pubblicato il suo primo album da cantante. Non per guastare un tale happy end, ma ci si domanda se, con gli stessi capi di accusa, un ragazzo delle favelas avrebbe avuto la sua stessa possibilità di riscatto.

Vassili Casula

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