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Mistress America

Trama

  • Regia: Noah Baumbach
  • Cast: Greta Gerwig, Lola Kirke, Heather Lind, Michael Chernus, Cindy Cheung, Rebecca Henderson, Shana Dowdeswell, Rob Yang, Amy Warren, Juliet Brett, Matthew Shear, Jasmine Cephas Jones, Seth Barrish, Andrea Chen, Kathryn Erbe, Joel Marsh Garland, Charlie Gillette
  • Genere: Commedia, colore
  • Durata: 84 minuti
  • Produzione: USA, 2015
  • Distribuzione: 20th Century Fox
  • Data di uscita: 14 Aprile 2016

Mistress AmericaIniziare una nuova vita, abbandonare amici e abitudini, può essere alquanto complicato e traumatico, soprattutto per una giovane ragazza che si appresta a frequentare il primo anno di college nella grandissima New York. Dopo un impatto traumatico – che prevede una cotta non ricambiata e delle delusioni in fatto di amicizia – Tracy Fishko (Lola Kirke) si rivolge a sua madre, da sempre amica e consigliera di fiducia: la donna le suggerisce di contattare Brooke (Greta Gerwing), che presto sarà la sua sorellastra e che, così come Tracy, vive a New York.

La giovane matricola entra immediatamente nello stile di vita mondano della sorellastra e, dopo aver passato con lei una folle notte, decide di scrivere una breve storia riguardo l’accaduto e la invia ad una prestigiosa testata giornalistica. La vita condotta da Brooke diventa il miglior modo per sopravvivere alla giungla metropolitana, e nel frattempo rappresenta anche la maniera più veloce di scrivere il racconto che la consacrerà nel mondo editoriale. Nel frattempo però Brooke ha problemi economici, e il suo sogno di aprire un ristorante familiare dedicato alla memoria di sua madre sembra non decollare; riusciranno le due sorella a spalleggiarsi a vicenda?

Recensione

Mistress America: lo spirito di “Frances Ha” legato al guinzaglio

Mistress America foto

Squadra che vince non si cambia: Noah Baumbach e Greta Gerwig sembrano adagiarsi su questo motto nella costruzione di “Mistress America”, riproponendo uno schema narrativo dal ritmo frenetico e uno stile di scrittura fondato essenzialmente su dialoghi incisivi nella loro intelligente comicità. L’applicazione della formula può considerarsi tutto sommato vincente, dal momento che ne esce fuori una commedia godibile e appassionante; ma una differenza rilevante, non certo trascurabile, si impone nell’ovvia comparazione con “Frances Ha”: una lacuna strutturale, declinata in un appiattimento sin troppo esibito dei personaggi e in un inevitabile circuito autoreferenziale, che finisce per produrre un netto ridimensionamento al livello della complessità e della prospettiva.

Greta Gerwig è magnifica, ancora una volta, ma la sua esuberante e a volte istrionica capacità interpretativa non basta ad elevare il suo personaggio dai limiti imposti dalla scrittura: una donna affascinante, creativa, logorroica e iperattiva che tanto si dà da fare per aprire un ristorante, e in senso lato per costruirsi un percorso proprio del tutto autonomo rispetto ai ristretti vincoli sociali che sono tipici della società dei ricchi e dei disillusi, di coloro che per una ragione o per l’altra finiscono per accontentarsi; ma in fondo la carica di contestazione è diretta proprio verso un inserimento in quel tipo di società, un inserimento che però vuole imporsi dall’alto, essere immediatamente riconosciuto. L’idea alla base di questa caratterizzazione è buona e feconda, ma regge fino a un certo punto, ovvero finché il registro da commedia si fonda su una satira caricaturale e asseconda la propria deriva anarchica; l’edificio finisce per crollare nel momento in cui l’entusiasmo narrativo lascia il posto a un certo didascalismo, quasi a voler tirare fuori a tutti i costi la morale della favola.

A Greta Gerwig si accosta la giovane Lola Kirke: il suo personaggio sarebbe il vero protagonista della narrazione, con i traumi del passaggio alla nuova vita newyorchese del college e il desiderio di emulazione che la spinge a seguire Greta ovunque per apprendere un nuovo approccio alle faccende della vita; ma la differenza di spessore, sia al livello dell’approfondimento caratteriale (ci si riferisce al personaggio in questione) che nell’abilità recitativa (ci si riferisce stavolta proprio all’attrice), la spingono ben presto a svolgere un ruolo di spalla nel quale fa la sua parte ma senza eccellere, e una narrazione come quella impostata in “Mistress America” finisce per perdere senz’altro un pizzico di potenza rappresentativa.

Mistress America: commedia godibile dalle potenzialità parzialmente frustrate

Il conflitto generazionale, che tanto – e in maniera non del tutto convincente – aveva inciso nel recentissimo “While We’re Young”, viene stavolta deliberatamente evitato da Baumbach, e viene anzi chiamato in causa solo per essere un po’ deriso: una trovata intelligente, tesa a mettere sullo stesso piano tutti gli originali personaggi che popolano lo scenario a volte un po’ delirante; il problema percepito risiede forse nel fatto che a quel conflitto non se ne sostituisce un altro, non essendo il fittizio anticonformismo della Gerwig né il fedele e indiscusso spirito di emulazione della Kirke in grado di sopperire in modo soddisfacente a questa lacuna: il risultato è una superficialità che si presta molto bene a larga parte della commedia, ma allo stesso tempo ne limita vistosamente le potenzialità.

“Mistress America” è divertente e ricca di dialoghi ben scritti, anche se a volte un po’ compiacenti. La sua forza sta nella deriva creativamente anarchica assunta in molte scene, nel tratteggio di una galleria di personaggi peculiari e ben radicati nello spirito della narrazione. La sua debolezza, d’altro canto, è nel ripiegamento improvviso verso il canone di genere, nella necessità di dover tirare le fila del discorso – quale discorso, poi? – su una base di leggera superficialità.

Marco Donati

Trailer

Mistress America

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