Mi chiamo Maya – Recensione

Il mondo visto con gli occhi dell’adolescenza

Regia: Tommaso Agnese – Cast: Matilda Lutz, Melissa Monti, Carlotta Natoli, Valeria Solarino, Giovanni Anzaldo – Genere: Drammatico, colore, 90 minuti – Produzione: Italia, 2015 – Distribuzione: Red Post Production – Data di uscita: 7 maggio 2015.

mi-chiamo-maya“Mi chiamo Maya”: un titolo che pur rifacendosi, in prima istanza, ad una scena dell’opera prima di Tommaso Agnese rimanda alla tematica cardine della storia come si comprende una volta arrivati ai titoli di coda. Maya, il nome usato dalla protagonista Niki per presentarsi al mangiafuoco incontrato in strada, costituisce una sorta di sineddoche poiché denota e rappresenta la figura dell’adolescente in toto: uno per indicare tutti. Maya è Niki, Marc e tutti i giovani che la protagonista incontra.

Il trauma vissuto dalle due sorelle, Niki e Alice, costituisce un sentiero tortuoso e tormentato attraversato da diverse realtà. Realtà che ritraggono ‘l’adolescente metropolitano’ in varie circostanze e situazioni.

Tutti i contesti adolescenziali nei quali incappa Niki alla ricerca della propria strada sono caratterizzati da uno stesso sentimento pur presentando volti completamente differenti: dalle discoteche pomeridiane alla viziata figlia di papà fino alla punk, ci si trova di fronte un mondo con dinamiche proprie, dominato dalla dissoluzione e da una libertà/autonomia che nasconde, invece, il disagio per l’assenza di una guida adulta. Tutti i coetanei che Niki incontra sono avviluppati e chiusi nel loro malessere, nelle loro non-regole, per tanto si rivelano incapaci di ascoltarla e di comprenderla appieno, non riuscendo a darle il sostegno e l’aiuto che tanto millantano. L’unica ad entrare nella sensibilità di Niki sarà l’assistente sociale, anello di congiunzione fra un assente mondo adulto e un disordinato mondo adolescenziale.

Commovente il dolore che si legge negli occhi della piccola Alice come la sofferenza ribelle di Niki. Densa di emozione è la scena che le ritrae sotto un ponte del lungo Tevere romano appena scappate dalla festa organizzata dalla figlia di papà: la mancanza della madre è pulsante e viva nei loro sguardi quanto nelle loro parole e azioni.

Pregnante la figura del cavallo che incornicia la storia rappresentando e la figura della madre e il custode del messaggio ultimo dell’opera cinematografica. La corsa del cavallo lascia agli spettatori un senso di libertà, istinto e autenticità: quel senso tanto cercato da Niki.

Un po’ troppo veloci i tempi dedicati all’evoluzione dei rapporti che la protagonista intesse con i coetanei come nel caso dell’aiuto inverosimile offerto dall’ adolescente viziata.

La storia sarebbe stata ancor più incisiva e interessante se fosse durata di più dando maggiore spessore ad alcune scene.

Un film capace di parlare a e di quel mondo che gli adulti ormai sottovalutano e trascurano.

Marianna Cifarelli

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