Manolete – Recensione

La storia del torero conosciuto come Manolete e della sua focosa relazione con l’attrice messicana Lupe Sino, un film che non decolla nonostante la presenza di Adrien Brody e Penélope Cruz

Regia: Menno Meyjes – Cast: Adrien Brody, Penélope Cruz, Nacho Aldeguer, Juan Echanove, Josep Linuesa, Ann Mitchell, Santiago Segura, Nacho Aldeguer, Francisco Ruíz, Juan Currìn, Rafael Guerrero, Antonio Apresa, Antonio de la Fuente, Enrique Hernández, Quique, Dritan Biba, Pedro Casablanc, Ann Mitchell, Enrique Arce, Luis Hostalot, Sergio Otegui, Omar Muñoz, Pepe Ocio, Berta de la Dehesa, Javier Mejía, Natalia Moreno, Denise Moreno, Tomás Pozzi – Genere: Storico, colore, 92 minuti – Produzione: Spagna, Gran Bretagna, 2007 – Distribuzione: Eagle Pictures – Data di uscita: 14 maggio 2010.

manoleteVamos a matar… el cine! Difficile, difficilissimo parlare di “Manolete”, il nuovo film di Menno Meyjes, con una coppia di premi Oscar scintillanti formata da Penélope Cruz e Adrien Brody. Ci sono voluti tre anni perché qualcuno (in questo specifico caso la Eagle Pictures) si decidesse, e dopo aver visto il film, avesse il coraggio di portare nelle nostre sale “Manolete”. Infatti, per quanto si può essere contrari alle pellicole che vedano luce solo nei dvd o nelle reti pay-per-view, in questo specifico caso è difficile riuscire a trovare una nota positiva durante tutta la noiosa narrazione.

Forse il problema della pellicola è che non doveva valicare i confini spagnoli, per la materia trattata: le corride e il più grande torero di tutti i tempi Manuel Rodriguez Sanchez (Adrien Brody), conosciuto come Manolete, idolatrato nella Spagna del Generalissimo Franco come una star hollywoodiana ai giorni nostri. A essere narrata sullo schermo da Meyjes è la scabrosa, non troppo segreta e inaccettabile relazione che il torero portò avanti negli ultimi diciotto mesi della sua vita con l’attrice messicana Lupe Sino, al secolo Antonia Brochalo, interpretata da una Penélope Cruz decisamente sottotono, come tutto il film del resto.

Il lavoro si caratterizza per la sua ridondanza soprattutto nelle scene di combattimento con i tori di Adrien Brody (bellissime, ma non bastano!) sempre le stesse, utilizzate e riutilizzate fino all’esaurimento dello spettatore e poi nella didascalia extradiegetica che davvero snerva, tanto che si vorrebbe dire al regista: “abbiamo capito che hai voluto scrivere una sceneggiatura che gioca sui flashback… lo abbiamo capito!”.

Siamo di fronte al caso in cui si è convinti che due attoroni (perché “la” Cruz e “il” Brody lo sono!) possano portare avanti e reggere sulle loro spalle il peso di un lavoro che non decolla mai, e, cosa ancora più grave, non emoziona. L’empatia con i personaggi non si può creare, dato che si assiste ad un via vai di pazzi, di duetti e dialoghi banali, retorici e scontati, di azioni incomprensibili, di avvenimenti insignificanti che fanno agire nel modo più incomprensibile i personaggi: roba che Almodovar e le sue “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” sembrano tranquille. Certo quelle di Pedro sono situazioni comiche, qui siamo di fronte ad una tragedia (almeno per chi ha la forza di restare seduto al cinema).

Davide Monastra

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