Little Sister – Recensione

  • Titolo originale: Umimachi Diary
  • Regia: Hirokazu Kore-Eda
  • Cast: Haruka Ayase, Masami Nagasawa, Kaho, Suzu Hirose, Ryo Kase, Ryohei Suzuki, Takafumi Ikeda, Kentarô Sakaguchi, Ohshirô Maeda, Kirin Kiki, Rirî Furankî
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 128 minuti
  • Produzione: Giappone 2015
  • Distribuzione: Bim
  • Data di uscita: 1 Gennaio 2016

 

“Little Sister”: Una delicata riflessione su una famiglia particolare composta da tre sorelle e una sorellastra

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Nella città di Kamakura tre sorelle vivono assieme in una grande casa. Quando Il padre, lontano ormai da 15 anni per una storia extraconiugale, viene a mancare, le tre partono per partecipare al suo funerale. L’estremo saluto dà modo alle tre di conoscere Suzu,  quarta figlia dell’uomo, nata dalla relazione che ha sconvolto la loro famiglia. Tra le donne, più o meno adulte, e la ragazzina si stabilisce subito un’empatia che  va al di là del legame di sangue.

É dalle piccole cose che si capisce il mondo e le persone che lo abitano. Pare che questo sia l’assioma dal quale scaturisce gentilmente il cinema di Hirokazu Kore-Eda. Attraverso la sua ultima opera il regista giapponese si ferma a ragionare, con un piglio estremamente vellutato,  sulle dinamiche familiari. La perenne dialettica tra il desiderio di crescere, di cambiare e la quotidianità familiare vengono entrambe utilizzate come una bussola per orientare la ricerca del senso della propria esistenza. Talmente è forte il legame tra sorelle che Sachi, Yoshino e Chika riescono a scavalcare anche l’evento dell’abbandono della figura paterna, riassemblando una famiglia senza genitori. La storia non si dilunga troppo su questo tragico evento, anzi lo dà quasi per scontato come a significare che, se c’è un sentimento forte e aggregante, la vita va avanti anche sotto forme inaspettate.

Il microcosmo domestico analizzato nel suo sviluppo emotivo al centro del nipponico “Little Sister”

L’ingresso della piccola Suzu fa da catalizzatore all’interno di quello che si mostra come un processo di evoluzione delle tre giovani donne che la ospitano in casa. Loro si specchiano in lei e la ragazzina, osservandole e ascoltandole, cerca appigli per capire quale sia il suo posto nel mondo.  Lo scambio vicendevole però non è indolore: le protagoniste sono costrette a cambiare più velocemente rispetto all’inerzia lenta e rassicurante di una quotidianità alla quale erano abituate.  Con maestria Hirokazu Kore-Eda descrive il ripetersi delle azioni in una casa: il rito della colazione prima di uscire o quello della cena tutte assieme dopo una giornata stancante. Ed è proprio in queste occasioni che si rivela lo spirito del film: attirando l’attenzione su ciò che normalmente ci sfugge perché ritenuto scontato, ripetitivo e apparentemente senza significato.

Non verrà ricordata come la miglior opera del regista nipponico,  in due ore a volte il discorso diventa fin troppo prolisso,  ma “Little Sister” si distingue per la sua delicata capacità di osservare un microcosmo domestico fatto di tenerezze, paure e rinnovamento.

Riccardo Muzi

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