Eco Del Cinema

Les Aigles de Carthage (2020)

Les Aigles de Carthage: una storia di passioni

Les Aigles de Carthage recensione

L’eco potente di un continente vibra attraverso i venti minuti dell’opera di Adriano Valerio, “Les Aigles de Carthage” (2020), in mostra al Festival di Venezia 2020 per la Settimana Internazionale della Critica. Un racconto che sa di Mediterraneo, e che, come i richiami dei muezzin di Tunisi, sembra voler varcare con il suono la grande distesa del mare.

Les Aigles de Carthage (2020)

Valerio intesse una narrazione fatta di rumori e sospiri, grida di gioia e soffi appena trattenuti. I primissimi piani sui personaggi, sugli anonimi tifosi delle Aquile, che talvolta cantano e talvolta tacciono, si alternano così ai campi lunghi e lunghissimi sulla città bianca, sulle navi, sui gabbiani a distanza. Un omaggio anche al migliore cinema italiano: l’immagine fugace di un bambino tratto dagli occhi malinconici di Tornatore, e accanto il ricordo diffuso (ma puntuale) di Pasolini, in periferie urbane postume e premature al contempo, tra le quale ci stupiamo che non si aggiri Totò. Ma il discorso di quest’opera è molto più profondo.

La metafora potente del calcio, lo sport europeo per eccellenza, unisce e divide l’Africa, incolla gli avversari a uno stesso schermo, e fa da specchio a una lingua che si decostruisce continuamente. Lingua colonizzata, che schizofrenicamente passa dall’arabo al francese sulla bocca dei personaggi, o lingua salvata, che ritrova in questo necessario esotismo la possibilità di una poesia, direbbe qualcuno, “anti-novecentista”?

La guerra e il calcio

Les Aigles de Carthage film

Il calcio, in “Les Aigles de Carthage”, è passione, conflitto, ma è anche storia, come da sempre nella letteratura latino-americana. Così, altri grandi riferimenti sembrano permeare la riflessione cinematografica di Valerio: da una parte, sul versante contemporaneo, un film straordinario, commovente, come “Il segreto dei suoi occhi” (Juan José Campanella, 2009); dall’altro, dalle pieghe del grande cinema algerino, “La battaglia di Algeri” (il capolavoro mozzafiato di Gillo Pontecorvo, 1966).

Le folle schiacciate si iniettano per le strade, incapaci di dimenticare la squadra che amano e celebrano nell’ultimo “rituale sacro” del nostro tempo, e altrettanto incapaci di sopportare il martirio imposto loro da una storia ingloriosa, che è africana, tunisina, ma anche, e non meno, europea. I giovani, così, sognano di lasciare Cartagine distrutta, di volare oltre il confine, e noi speriamo con loro che ci riescano.

Un corto urgente, attuale, babelico, che ci auguriamo riceva la giusta diffusione. Al suo centro, due cose: la passione, che muove tutto, che ci ricorda (forse unica a farlo) del miracolo che siamo in vita, e il mare, che unisce e divide, affonda e riesuma, muro e ponte al contempo.

Lorenzo Maselli

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