Le sac de farine – Recensione

Film intenso, realistico e ben recitato, in concorso al Festival del Film di Roma 2012 nella sezione ‘Alice nella città’

Regia: Kadija Leclere – Cast: Hiam Abbass, Abderraouf, Fairouz Amiri, Mehdi Dehbi, Hassan Foulane, Hafsia Herzi, Rania Mellouli, Souad Saber – Genere: Drammatico, colore, 100 minuti – Produzione: Belgio, Marocco, Francia, 2012.

le-sac-de-farineSeppur la storia portata sullo schermo da Kadija Leclere abbia il suo inizio nel 1975, le problematiche trattate sono quanto mai attuali, anche nel nostro paese: quanto spesso bambini contesi vengono sottratti da uno dei genitori, che sparisce nel nulla? Oppure, come nella storia narrata in questa pellicola, quante volte le differenze religiose e culturali portano gli adulti a sopraffare i minori, sottraendogli l’infanzia?

“Le Sac de Farine” racconta di Sarah, una bimba di otto anni, che vive in Belgio in un collegio cattolico, dove un giorno si presenta il padre naturale per chiedere di poterla tenere con sé per il fine settimana. Peccato che la bimba, anziché nella promessa Parigi si risveglia in Marocco, dove il padre l’affida alle cure di sua sorella e della sua famiglia, affinché venga educata secondo i dettami della religione musulmana.

La piccola si ritrova catapultata in un mondo che non le appartiene, accanto ad estranei, dorme per terra, fianco a fianco con le altre donne della famiglia, dove una nonna matrona tiene le redini della famiglia, e sogna di tornare nel collegio dove è cresciuta, sotto l’ala protettrice delle suore.

La Leclere mostra senza faziosità ideologiche, con intelligenza, delicatezza e una grande carica umana, il travaglio della piccola Sarah che, sradicata dal suo ambiente, dopo l’iniziale paura e a tratti quasi terrorizzata per quel che le accadeva, cerca di adattarsi, passando dai normali studi di una scuola primaria occidentale a quelle del piccolo centro marocchino, dove s’impartiscono lezioni di maglia, cucito, ricamo.

Con la rivolta di Awbach del 1984, in cui gli studenti rivendicavano una scuola pubblica gratuita e una maggiore equità sociale, ritroviamo una Sarah adolescente alle prese con i primi fremiti di cuore, le difficoltà economiche, le lotte studentesche, e la sempre maggiore voglia di tornare a Alsemberg, a quel mondo che per lei non rappresenta solo l’infanzia perduta, ma anche la libertà di studiare, di scegliere per il proprio futuro.

Le vicende del piccolo centro, la condizione di arretratezza delle donne, che non possono studiare e hanno come unico obiettivo quello di un buon matrimonio, il malessere sociale, sono cornice e sostanza delle vicende della ragazza, che non perde l’imprinting iniziale, rimanendo comunque uno spirito indipendente e forte, che mai smette di adoperarsi per il ritorno a casa.

Maria Grazia Bosu

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