Le colline hanno gli occhi – Recensione

Le colline hanno gli occhi – Recensione

Prodotto dal genio dell’horror Wes Craven, un remake orrorifico di un film degli anni ‘70

(The Hills Have Eyes) Regia: Alexandre Aja – Cast: Aaron Stanford, Kathleen Quinlan, Vinessa Shaw, Emilie de Ravin, Dan Byrd – Genere: Horror, colore, 107 minuti – Produzione: USA, 2006 – Distribuzione: 20th Century Fox – Data di uscita: 25 agosto 2006.

lecollinehannogliocchiWes Craven, che negli anni Settanta ha terrorizzato l’America con i suoi mutanti cannibali, si allinea come produttore alla tendenza di rinnovare i fasti dello splatter movie d’epoca: dopo “Non aprire quella porta”, rifatto nel 2003 e “Amityville Horror”, rifatto nel 2005, tocca al classico “Le colline hanno gli occhi”, affidato alla regia fin troppo virtuosistica del francese Alexandre Aja, già autore dello slasher in salsa francese “Alta tensione” (2003). Il deserto del New Mexico viene così ricostruito nel Marocco, mentre nel cast vengono arruolati volti noti come Aaron Stanford, veterano di “X-Men”, e l’incantevole ex-modella Vinessa Shaw.

Se l’estetica del film viene aggiornata all’ultima moda, la storia rimane più o meno la stessa: il solito gruppetto di ignari americani si avventura in zona desertica, diventando preda di una mostruosa famiglia di antropofagi, mutata dagli esperimenti nucleari e molto incline alla violenza più grafica. Dopo un’orgia di sangue ovviamente le parti si rovesciano e c’è un ambiguo trionfo dell’inerme uomo comune. “Siamo sicuri che sia così inerme?” Sembrava suggerire Craven a suo tempo, sottolineando come il richiamo della violenza trasformasse in bestie anche i cosiddetti uomini civilizzati.

La scommessa del remake funziona, ma come spesso succede, solo a metà: mentre il ritmo accelerato, il concept visuale da videogame gotico e la qualità degli effetti speciali sono sicuramente molto più attraenti all’occhio dell’horror-fan “contemporaneo”, ormai assuefatto ai decervellamenti in stile “Hostel”, il sottotesto morale, con un mutante che canta l’inno americano e un altro che spiega alle attonite vittime: “Ci avete fatto voi!” è spesso inutile e anche ingombrante.

Regista e attori si divertono molto, forse fin troppo, a giocare secondo le regole del genere slasher, tanto che non sembra necessario cercare altri motivi per aver allestito un film così che il puro divertimento estivo dello spettatore in vena di provare qualche brivido a buon mercato in queste sere canicolari.

Fabio Benincasa

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