L’arte di vincere – Recensione

Brad Pitt presta il volto ad uno dei più bei ruoli della sua maturazione, in un film inusualmente sportivo che racconta la reale parabola di successo e sconfitte di una squadra di baseball

artevincere(Moneyball) Regia: Bennett Miller – Cast: Brad Pitt, Jonah Hill, Robin Wright, Philip Seymour Hoffman, Chris Pratt, Kathryn Morris, Stephen Bishop, Ari Zagaris, Sergio Garcia, Olivia Dudley, Erich Hover – Genere: Drammatico, colore, 126 minuti – Produzione: USA, 2011 – Distribuzione: Warner Bros – Data di uscita: 27 gennaio 2012.

Billy Beane è il general manager degli Oakland Athletics, un team di baseball che non riesce ad emergere e ai quali brucia ancora una logora sconfitta con i New York Yankees. Beane decide di rivoluzionare la squadra e dare un assetto nuovo, per farlo s’inventa una politica molto impopolare, ovvero vendere i pezzi da 90 e puntare tutto su un giovane talento, Peter Brand il quale, non è una stella del baseball ma, bensì, un ragazzo laureato a Yale che ha messo a punto un sistema informatico infallibile per scovare i giocatori migliori. Il sistema di Brand si basa sulle schedature dei giocatori, in base al rendimento e alle percentuali che indicano il numero di volte in cui è stata raggiunta una base senza aiuto di penalità. Nessuno, fra dirigenza e allenatore, sembra credere in questa folle impresa, rendere uno sport come il baseball uno schema meccanico, e in realtà neanche Beane ci confida molto, ma sa che può contare sulla forza della squadra. L’inizio è duro, ma le vittorie e i traguardi non si fanno aspettare a lungo, talmente tanto che quando il general manager viene messo di fronte ad una decisione importante, opta per quella meno scontata, perché, come dice lui: “non si può non essere romantici quando si parla di baseball”.

“L’arte di vincere” è tratto dall’opera di Michael Lewis, e narra la vera storia degli Oakland Athletics e del loro manager Billy Beane, ci si sbaglia se si crede che questa pellicola possa correre il rischio di essere considerato l’ennesimo film sportivo. Questa pellicola, diretta da Bennett Miller, rappresenta attraverso il gioco del baseball, alcune dinamiche della società americana, amplificando e puntando l’attenzione su quei conflitti che risultano essere più insidiosi.

Brad Pitt, incantevole personificatore di Billy Beane, rappresenta tutte le caratteristiche dell’antieroe americano, lui è l’opposto del sogno americano, mangiatore compulsivo, insicuro, e poco consapevole del suo talento, oscilla continuamente fra i successi e le sconfitte, in un limbo di incertezza, ma è anche un uomo che tiene il punto sui suoi ideali, che conserva quella sana follia che gli fa puntare tutto su un’idea perdente sin dall’inizio, vincendo.

Ad affiancarlo c’è il complicato rapporto con la figlia adolescente, e i meravigliosi dialoghi con Brand, ovvero Jonah Hill, i due sono i nervi e la spina dorsale del film, mentre sicuramente meritava più spazio il coach Rowe, interpretato da Philip Seymour Hoffman (reduce dal successo di “Le idi di marzo”).

Quello che Miller ha sapientemente rappresentato, è il non cadere in facili sentimentalismi quando si tratta un argomento come quello sportivo, dove ci hanno abituato alla classica morale finale, con il buono che prevarica sul cattivo, la lacrima facile, e l’insegnamento portato a casa. Il regista opta per una compostezza inusuale, un’asciutta rappresentazione, dove la tensione c’è ma non esplode, dove la sceneggiatura firmata da Aaron Sorkin e Steven Zaillian, decide di puntare sui dialoghi pungenti fra i protagonisti, pause lunghissime, musiche importanti e splendidi piani sequenza. Un uomo solo Beane, di una solitudine palpabile, solo nella sua follia di credere in qualcosa d’irrealizzabile, ma proprio per questo ancor più speciale.

Sonia Serafini

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