La moglie del sarto – Recensione

La moglie del sarto – Recensione

La moglie del sarto, una tipica storia del sud Italia

Regia: Massimo Scaglione – Cast: Maria Grazia Cucinotta, Marta Gastini, Alessio Vassallo, Aurora Quattrocchi, Pino Torcasio, Antonino Bruschetta, Tony Sperandeo, Claudio Botosso, Ernesto Mahieux, Maurizio Comito – Genere: Drammatico, colore, 95 minuti – Produzione: Italia, 2012 – Distribuzione: Flavia Entertainment e Red Moon Film – Data di uscita: 15 Maggio 2014.

la-moglie-del-sartoLa protagonista di “ La moglie del sarto” è Rosetta, la moglie del sarto, appunto; il regista ce la presenta proprio in occasione del suo più grave lutto, la morte del marito. Da qui in poi la narrazione procederà attraverso le grandi difficoltà che la vedova, assieme alla figlia Sofia, incontrerà per mandare avanti la sartoria da sola contro speculatori, politici corrotti e compaesani vili e analfabeti.

Al posto della sartoria, che prima di essere un’attività è per Rosetta una memoria, un imprenditore del nord Italia, con il sindaco corrotto che gli fa da vassallo, ha progettato di aprire una sorta di club per trattenere i turisti nel paese, per fare soldi. Il progetto si inserisce in un disegno più ampio al quale quasi tutti gli altri paesani hanno dato il loro assenso, ma la moglie del sarto no, non cederà la sua sartoria a nessun prezzo.

Rosetta nella lotta per la sopravvivenza sua e del suo esercizio sembra voler essere usata dal regista come simbolo della lotta per la tutela di un mondo in via d’estinzione, nel quale il lavoro è innanzitutto arte, poi guadagno; un mondo fatto di valori e tradizioni che stanno scomparendo, soffocati dall’avidità dell’uomo stesso.

In questo film, dunque, Massimo Scaglione ha scelto di raccontare attraverso l’interpretazione di Maria Grazia Cucinotta una storia che sembrerebbe voler proporre come una delle realtà che caratterizzano gli scenari del sud Italia, parlando di quest’ ultimo, sia esaltandone la bellezza e i gli aspetti positivi, sia denunciando l’arretratezza culturale e la bassezza morale come tratti essenziali di buona parte delle anime che lo abitano.

Tutto il progetto letto in linea teorica sarebbe anche valido, ma in realtà quando si guarda il film bisogna aver un occhio piuttosto benevolente per trovarcelo dentro. Con occhio appena un po’ più critico, infatti, non si riuscirà a sorvolare sul fatto che scene, dialoghi e personaggi sono stereotipati fino al punto di perdere anche il minimo tratto di particolarità e di individualità, rendendo tutta la vicenda poco concreta, per non dire poco credibile o, addirittura, poco seria.

Claudio Di Paola

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