Kingsman – Secret Service – Recensione

Tra James Bond e Robert Rodriguez, l’adrenalinica parodia di una spy-story 

Regia: Matthew Vaughn – Cast: Samuel L. JacksonColin Firth, Mark StrongMichael Caine, Jack Davenport – Genere: Azione – Produzione: USA, 2014 – Distribuzione: 20th Century Fox – Data di uscita: 25 febbraio 2015. 

thesecretserviceRitmo forsennato, botte da orbi e riferimenti pop: “Kingsman – Secret Service” non è un film dalle pretese elevate, ma un intrattenimento gradevole che poggia sulla valida commistione di ironia ammiccante e violenza ai limiti dello splatter, capovolta in chiave parodistica – un taglio à la Robert Rodriguez, senza però arrivare all’estremizzazione trash di quest’ultimo.

Il regista Matthew Vaughn pesca ancora nel repertorio del fumettista Mark Millar, e stavolta riesce là dove in “Kick-Ass” aveva fallito, ovvero nella mescolanza tra un registro narrativo improntato su una traccia di sarcasmo caustico e i diversi sfoghi di ferocia vendicativa che si alternano nel corso della storia.

Il treno del sentimentalismo e della propugnazione di valori etici rimane fermo al capolinea: in una spirale ascendente di azione spettacolarizzata avviene la formazione del giovane Eggsy, scelto dall’agente Harry Hart – un Colin Firth ben impostato nella parte – come potenziale futuro “kingsman”, corpo speciale di servizi segreti. La minaccia da sventare risponde pienamente allo stile di un fumetto supereroistico: niente meno che la distruzione del mondo ad opera di Richard Valentine, buffo villain dalla pronuncia difettosa che agogna l’apocalisse ma aborre il contatto col sangue.

Ancora una volta il protagonista è un ragazzo, dunque, ma dalle caratteristiche opposte rispetto all’insicuro e sognatore Dave Lizewski, ovvero l’adolescente che di notte si infilava in un pigiama e bramava di fare il supereroe in “Kick-Ass”: Eggsy è invece rude e sicuro di sé, in possesso di un fisico massiccio e di una mente reattiva che lo rendono potenzialmente plasmabile per una vita da avventuroso agente segreto. La sua evoluzione è rapida e inconsapevole, come ben si addice a una narrazione che poggia le sue basi sulla pura azione, senza alcun surrogato di carattere storico-sociale o introspettivo.

In realtà, un pizzico di satira sociale non manca: lo strumento con cui il malvagio Valentine intende costringere gli uomini a picchiarsi a morte l’uno con l’altro è l’accesso illimitato e gratuito a internet; un pulsante gli permette di provocare un’isteria collettiva che toglie i freni a ogni inibizione e libera il lato umano più aggressivo e spietato, in un ritorno del rimosso che sfocia allegramente in una rissa scatenata.

La trama è volutamente sciolta ed eccessiva; i personaggi, ben supportati dal registro narrativo che ne accompagna le gesta, rasentano il grottesco e il caricaturale. Lo scontro frontale tra il bene e il male è incardinato su un divertito infantilismo, rispecchiato nel taglio registico che si compiace nei virtuosismi e di momento in momento implementa a spron battuto il tasso di spettacolarizzazione.

Tanti gli ammiccamenti al James Bond di Sean Connery, e la facilità di metamorfosi del rude ragazzo di periferia in gentleman dai costumi impeccabili è il quid che rende il racconto equilibrato: le derive violente sono ben contenute dall’ironia di fondo che permea la narrazione.

Marco Donati

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