Jupiter – Il destino dell’universo – Recensione

Jupiter – Il destino dell’universo – Recensione

Tornano i creatori di “Matrix”. Nella loro favola fantascientifica la salvezza del mondo è nella mani di un’umile ragazza

(Jupiter Ascending) Regia: Lana Wachowski, Andy Wachowski – Cast: Mila Kunis, Channing Tatum, Sean Bean, Eddie Redmayne, Douglas Booth, Tuppence Middleton, Terry Gilliam, Jo Osmond – Genere: Azione, colore, 125 minuti – Produzione: USA, 2014 – Distribuzione: Warner Bros Italia – Uscita: 5 Febbraio 2015.

jupiter-destinouniversoOrmai dovrebbe essere chiaro a tutti che non siamo soli nell’universo. Ma c’è ancora chi, con fare presuntuoso, resta convinto del contrario, mandando al macero chilometri di illuminanti pellicole “extraterrestri”. Allora si ricomincia daccapo. Salgono in cattedra niente di meno che Lana e Andy Wachowski, i creatori di “Matrix”. L’universo, secondo loro, è popolato da una società interplanetaria talmente evoluta da aver scelto come forma di governo una specie di monarchia nella quale, casate aliene, si contendono il potere.

Attratti dalla particolarità genetica di una ragazza terrestre, Jupiter Jones, i nobili del cosmo saranno costretti, per sbrogliare le loro beghe di palazzo, a fare i conti proprio con lei.

Molto probabilmente incaricati di creare uno nuovo franchise, che possa dar luogo ad una saga fantascientifica, i Wachowski sfornano un blockbuster ricco di effetti speciali ma povero di trama. Jupiter è una favola romantica dove una moderna Cenerentola, pulitrice di bagni d’albergo, diventa la chiave di volta per la salvezza del mondo. Svolgendo questo immane compito, la protagonista, avrà anche il tempo di innamorarsi.

Il film è estremamente curato dal punto di vista visivo: i dettagli dei costumi, le ricostruzioni di altri mondi e tutto l’armamentario hi-tech sono descritti minuziosamente. L’aspetto dei personaggi, gli inseguimenti interstellari, le battaglie nello spazio mostrano un peculiare lavoro  per cercare di affascinare il pubblico. Il problema nasce quando si inizia a scartare questo bellissimo involucro e si capisce che il regalo non è all’altezza della confezione.

La scelta dello stile narrativo si risolve con un incedere da serie tv: la pellicola sembra il risultato di un assemblaggio di alcune puntate di una miniserie adolescenziale. La pochezza della sceneggiatura, oltre a denunciare questo grave limite, rende ridicola anche la riflessione sul tempo come unica vera ricchezza dell’uomo. Si avverte soprattutto la mancanza di quell’apporto filosofico-spirituale sul quale era stato costruito il successo di “Matrix”.

La spettacolarità delle scene e le infiltrazioni massicce di action aiutano il fluire della storia, altrimenti ostacolata dalla bidimensionalità dei personaggi ai quali viene riservata una piattezza resistente anche alla scelta del 3D.

Dopo prove poco riuscite come “Speed Racer” e “Cloud Atlas”, i Wachowski erano attesi al varco. Ne hanno scelto uno spazio temporale, nel quale, evidentemente, si sono persi. Forse un giorno, il maledetto wormhole, ci restituirà il loro genio creativo.

Riccardo Muzi

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